A COLLOQUIO CON IL VESCOVO MONSIGNOR VIOLA - “ALLA RICERCA DI UNA MAGGIORE UNITÀ NELL’AZIONE PASTORALE” 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   27/12/2017 00:00:29 

 

 

Il 14 dicembre del 2014 padre Vittorio Viola, da poco consacrato vescovo, faceva il suo ingresso nella nostra città. L’appuntamento con lui, a ricordare questa data e nell’approssimarsi delle festività natalizie, è divenuto ormai una bella consuetudine.

Lo scorso anno l’intervista si accentrò sull’anno della Misericordia, un anno speciale. Pensa che i fedeli ne abbiano ancora un ricordo?

L’anno giubilare della Misericordia rimane nella memoria della nostra Chiesa tortonese: le celebrazioni di apertura e di chiusura della porta santa in cattedrale, i pellegrinaggi dei Vicariati, le celebrazioni penitenziali. Soprattutto credo che resti impressa in noi una più viva consapevolezza del fatto che Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre, volto che abbiamo sempre bisogno di contemplare. Rimane l’esperienza che tutti noi abbiamo fatto della misericordia come via che ci unisce a Dio, perché apre il cuore alla speranza certi di essere amati sempre.

Ma anche questo anno è stato un anno speciale, almeno per la nostra Diocesi, perché è iniziata la sua prima visita pastorale che lei ha definito “anzitutto un incontro gioioso tra il pastore ed il suo gregge ... occasione propizia per crescere insieme”. La visita pastorale nel tortonese si è conclusa: ci sono state luci ed ombre, crediamo. Ne vuole parlare?

L’esperienza della visita pastorale è un vero dono di grazia. L’apostolo Paolo così scrive ai cristiani di Roma (1,11-12): «Desidero ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io». Di questo abbiamo potuto fare esperienza: ci siamo raccontati le opere di Dio per rendergli grazie, per ravvivare le nostre energie, incoraggiarci e consolarci a vicenda, richiamarci al rinnovamento della nostra vita cristiana e ad un’azione apostolica più intensa.

In tutte le comunità sono stato accolto con quella cordialità che ho potuto conoscere fin dal giorno del mio ingresso in Diocesi. Porto nel cuore molti incontri, molti volti. Ho conosciuto da vicino l’impegno quotidiano dei sacerdoti e dei diaconi, la loro generosità e le loro fatiche, come pure la partecipazione di molti fedeli laici alla vita delle comunità e la fede semplice e profonda di chi nella sofferenza e nella solitudine si consegna a Dio. Le difficoltà non mancano: il contesto secolarizzato nel quale la comunità vive, la fatica del coinvolgimento dei giovani, il numero e l’età dei sacerdoti, l’onerosa gestione delle strutture. Forse dovremmo essere più liberi dalla logica del “si è sempre fatto così”, che a volte ci paralizza togliendo slancio all’annuncio del Vangelo. Non possiamo pensare di mantenere ciò che nel nostro assetto pastorale non è funzionale all’evangelizzazione. A volte una certa resistenza al cambiamento rischia di non farci riscoprire la gioia dell’annuncio del Vangelo.

Il provvedimento di trasferire il titolo giuridico di parrocchia dalla chiesa di San Michele al Santuario con la nuova denominazione di parrocchia di San Bernardino pur sempre affidata agli Orionini ha motivazioni particolari?

Ha la motivazione fondamentale dell’evidenza dei fatti. La conformazione del territorio della parrocchia di San Michele Arcangelo (ora di San Bernardino, mantenendo invariati i confini) colloca la chiesa di San Michele nel vertice di un triangolo, al limitare del confine con la parrocchia del Duomo. A motivo della zona pedonale di via Emilia, risultava, poi, non facilmente raggiungibile. Gran parte delle attività parrocchiali (oratorio, catechismo, riunioni varie) già da tempo si svolgeva presso la Basilica della Madonna della Guardia, vero centro pastorale di tutta la parrocchia. Anche il cambio del nome in San Bernardino rende ufficiale l’uso di identificare la parrocchia con il quartiere. Ringrazio i Figli della Divina Provvidenza per la disponibilità e il lavoro pastorale in santuario e in parrocchia. La chiesa di San Michele insieme al Paterno continuerà a custodire la memoria viva della santità di don Orione. Più che un cambiamento mi sembra essere un chiarimento utile all’attività pastorale.

Padre Viola, è stato apprezzato da tanti in occasione della festa patronale di San Marziano il suo messaggio alla città. “L’uomo non può vivere senza la città. Abbiamo bisogno di ritrovare l’identità del nostro essere città, comunità”. Se non è utopia, oggi, quale il punto di partenza possibile e credibile?

Il problema non è esterno a noi ma è nel cuore dell’uomo: invidie, gelosie, voglia di prevalere sull’altro, visioni di parte incapaci di vedere il bene comune, egoismi personali e di gruppo. Penso che dobbiamo impegnarci nel formare la coscienza alla luce del Vangelo, parola che, se accolta, ha la forza di guarire il nostro cuore. Ci sono, poi, anche le risorse buone della nostra città che vanno messe a frutto in un dialogo sereno e costruttivo, abbandonando il conflitto come unica modalità di relazione e la strumentalizzazione di ciò che accade per fini che non sono la ricerca della verità e del bene di tutti. Potremmo cominciare accogliendo l’invito di Paolo ai Romani: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

In quest’anno lei ha disposto alcuni “trasferimenti” di parroci, alcuni dolorosi per la comunità che era abituata al suo prete e lo seguiva. Perché ciò?

Ogni cambiamento costa fatica, ma ogni realtà viva è chiamata ad un continuo cambiamento. Siamo dentro un mondo che cambia. Non sempre l’abitudine ci aiuta, sia come presbiteri sia come comunità. Non penso, ovviamente, ad un cambiamento fine a se stesso, quasi ideologico. Come vescovo sono chiamato ad avere uno sguardo su tutte le comunità e le attività della Diocesi: le motivazioni di ogni trasferimento vanno sempre cercate nella complessità dell’insieme delle nostre comunità. Inviterei tutti ad essere fiduciosi, disponibili e generosi nell’accogliere la novità di ogni cambiamento che spesso ridà slancio alle risorse personali e comunitarie.

Ci può fare brevemente la fotografia dello stato delle cose: quante parrocchie, quanti preti, quanti “accorpamenti” sono stati fatti o si ha intenzione di fare?

Alcuni dati. La Diocesi conta 313 parrocchie (144 in provincia di Alessandria; 142 in provincia di Pavia; 27 in provincia di Genova) raggruppate in 11 vicariati, per una popolazione di circa 280.000 abitanti.

I sacerdoti incardinati in Diocesi sono 107 ai quali si aggiungono 5 fidei donum, operanti nella nostra Diocesi ma incardinati in altre Diocesi. L’età media è di 63 anni. Ad essi vanno aggiunti 48 sacerdoti religiosi e 18 diaconi permanenti.

Non parlerei di accorpamenti, ma, come ho cercato di spiegare nell’ultima Lettera, di comunità pastorali. Si tratta di un lavoro comune che ha come scopo non tanto, o non solo, una riorganizzazione delle nostre strutture, quanto, piuttosto, un nuovo ed efficace annuncio del Vangelo, capace di raggiungere la concretezza di ciò che la gente vive. Siamo in cammino, come molte altre Diocesi, nella direzione di una maggiore unità dell’azione pastorale tra le comunità. Le esperienze sono diverse e vanno da una semplice collaborazione tra le parrocchie ad una unità più strutturata nella dimensione più ampia di una pastorale d’insieme, come ho cercato di descrivere nelle Lettere pastorali.

Recentemente è intervenuto sulla questione degli appalti delle opere edili nella gestione delle autostrade.

L’emendamento è stato approvato e questa è una buona notizia per molte famiglie del nostro territorio. Ora tocca alle imprese. Ho voluto solo esprimere la mia vicinanza ai lavoratori che vedevano a rischio il posto di lavoro, ricordando le parole di Papa Francesco: «La dignità e le tutele – ha detto nel videomessaggio ai partecipanti alla 48ª settimana sociale dei cattolici italiani – sono mortificate quando il lavoratore è considerato una riga di costo del bilancio, quando il grido degli scartati resta ignorato». Anche una legge che non tutela il bene primario del posto di lavoro non sfugge a questa logica, finendo per tradire la sua missione sociale.

Ma anche la Diocesi, nella questione della gestione degli asili in Tortona, è stata accusata di aver ingiustamente licenziato.

Mi sento di poter affermare che nella vicenda asili ci siamo comportati correttamente, nel pieno rispetto – ovviamente – delle normative e mantenendo i posti di lavoro della precedente gestione, in riferimento ai servizi oggetto dell’appalto. Abbiamo con serietà fin da subito garantito un servizio alle famiglie, sulla base di un progetto educativo che ha avuto un’ottima valutazione da parte della commissione che ha verificato la nostra proposta. Mi dispiace aver dovuto registrare una evidente strumentalizzazione della questione. Voglio anche ricordare che la Diocesi di Tortona, nelle sue diverse realtà (Istituto Paolo VI, Istituto Santachiara, Curia diocesana) dà lavoro a circa 500 persone.

Ultimamente ha collaborato alla stesura e quindi firmato il documento della Conferenza Episcopale Ligure “Migranti, segno di Dio che parla alla Chiesa”. Il testo sul fenomeno delle migrazioni sollecita alcune precise consapevolezze, anche sui meccanismi che creano situazioni di disagio pure tra i giovani italiani costretti ad emigrare in cerca di lavoro. Mi viene una domanda impertinente: Dio parla solo alla Chiesa?

Dio parla a tutti. Il documento della CEL è rivolto in primis alle comunità cristiane interpellate dal fenomeno delle migrazioni non solo ad essere accoglienti ma anche a ripensare il modo di annunciare il Vangelo. Il testo è però rivolto a tutti, offrendo una opportunità per riflettere. Così scriviamo (n. 5): «Troppo spesso il tema dei profughi e dei loro paesi di origine viene trattato superficialmente, sulla base di pregiudizi fondati su una paura dell’altro intenzionalmente costruita, senza un’attenta lettura delle cause di un fenomeno così complesso e di difficile gestione. Non è semplice in tale contesto comprendere quanto sta accadendo: per questo il compito della verità è quanto mai urgente e necessario, soprattutto volendo creare una comunità capace di accogliere in modo profondo e tesa alla costruzione di un mondo in pace, dove le differenze sono risorse e non muri». Abbiamo voluto offrire una opportunità per una riflessione che nella confusione delle nostre trasmissioni televisive urlate sembra mancare.