2 NOVEMBRE - “MORTI O DIVERSAMENTE VIVI?” 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   30/10/2018 00:00:15 

 

 

Penultima domenica di Ottobre. Anche oggi almeno un’occhiata ad alcuni giornali: Avvenire, Stampa, Corriere, Sette Giorni. Chissà perché: cerco curiosamente “necrologie”, annunci funebri. Ne trovo un centinaio. Mi convinco, leggendo, che è quasi scomparsa la parola “morte”. Si fa sapere che il tale…ci ha lasciato, è salito, si è spento, è tornato, è volato al cielo, non è più con noi, ha chiuso gli occhi, dimora nella luce, è scomparso, ha raggiunto…. Ecco, infine: “Nel I° anniversario della morte…”; ancora: “Gli alunni… piangono la morte di Suor Nemesia”. 

C’è, oggi, un linguaggio diverso, nuove forme di comunicazione. C’era una volta il sordo, ora c’è il non udente. C’era una volta l’handicappato, poi subentrò il disabile e ora c’è il diversamente abile. Ma il morto? Come può essere sostituita questa parola così dura? Ci ha pensato lo scrittore Andrea Bajani che, ultimamente, nel corso di un dibattito a “Parole in gioco”, ha così risposto a una domanda: 

“Il problema non è come nominare più gentilmente i necrofori: è come nominare i morti. I morti non sono morti, sono diversamente vivi. Questa espressione soddisfa infatti ogni credenza religiosa e non: il cristiano con la sua vita eterna, il musulmano con il suo confortevole Paradiso, chi è convinto della trasmigrazione delle anime, ecc... D’altronde vivrai diversamente è decisamente più accettabile di non vivrai più”. 

Per me “diversamente vivi” non è un eufemismo: figura retorica che consiste nell'attenuare l'asprezza di un concetto sostituendolo al vocabolo proprio. Non è un gioco di parole. Dipende da come ci si pone di fronte al grande mistero della morte. Noi sappiamo che la risurrezione c’è stata e c’è. Sappiamo che non c’è l’ultima morte. “Un fuoco si consuma e si riattizza; una pianta deperisce e si riproduce; un uomo cade e si rialza. Uno spirito vacilla e si ricompone. Un santo chiude gli occhi, ma sfavilla la sua luce” (Agnes). La morte c’è, senza dubbio, ma non è definitiva. Non è l’ultima ad esserci. Risiede, allora, in noi un fermento generativo di vita? È del Creatore? È del Redentore? È sicuramente del Risorto: “Primizia di coloro che si sono addormentati?” (I Cor.,15,20). Risuscitare è credere, risuscitare è amare. “Chi crede, passa dalla morte alla vita” (Gv, 5, 24). “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (I Gv. 3,14). Con la certezza della fede e la gioia nel cuore vado dal mio fiorista a ordinare, come sempre per il 2 Novembre, la grande ciotola di fiori variopinti, per la mamma, per la tomba di famiglia. Passando, nel viale del piccolo cimitero di Lirio leggo sulla tomba della giovane Severina: “A voi che mi avete tanto amata non guardate la vita che lascio, ma quella che incomincio”.

Francesco Giorgi