1915-1918: IN RICORDO 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   07/11/2018 00:00:19 

 

 

4 novembre 2018, data che non è possibile né giusto dimenticare.

Non è possibile per quelli della mia generazione, perché da piccoli, nonni e prozii, nelle serate prive di televisione ci raccontavano, sicuramente privandola degli aspetti più crudi e dolorosi, della loro guerra, combattuta nella pianura Padana o sulle montagne del Veneto. Racconti che ci affascinavano, così come ci affascinava trascorrere tra giovani serate estive cantando le “canzoni di guerra”, della prima guerra mondiale (“La tradotta che a Milano non si ferma più, la va diretta al Piave, cimitero della gioventù”) come della seconda e dei fatti resistenziali. Insomma quelli della mia generazione, fortunatamente non hanno vissuto le guerre, ma le hanno sentite “proprie” dai racconti dei familiari, testimoni e protagonisti diretti.

Non è giusto dimenticare perché le guerre, con le quali l’umanità è cresciuta e si è sviluppata nei millenni, sono crudeli, inumane, da ripudiare come giustamente recita l’articolo 11 della nostra Costituzione, e costituiscono, pur essendo stato uno dei “motori” dell’umanità come tanti storici affermano, uno dei più grandi drammi per la stessa umanità. Nei 3 anni di guerra caddero oltre 680 mila soldati italiani, altri 2 milioni 500 mila rimasero feriti, dei quali 463 mila in modo molto grave o rimanendo invalidi o mutilati: una vera e propria strage. Un quarto dei soldati, insomma, morì in combattimento e tutti coloro che tornarono, pur abituati ad una vita molto più dura e priva di agi rispetto a quella attuale, hanno portato nella loro mente gli orrori della trincea, degli assalti alla baionetta, dei ripiegamenti sotto il fuoco nemico. Lo “sparagli Piero, sparagli ora” della nota canzone di De Andrè per loro era imperativo, era realmente “refrain” di vita o di morte.

Per questi motivi abbiamo pensato che fosse giusto ricordare questo anniversario con uno speciale in due parti. due speciali. La prima, che potete leggere in questo numero, con l’elenco dei militari tortonesi decorati, il proclama della Vittoria di Diaz (“i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”), i “numeri” relativi alla Grande Guerra, un po’ di fotografie, il bel discorso pronunciato 50 anni fa dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat nel 50° della Vittoria ed un breve elenco, non esaustivo, dei caduti in guerra provenienti dai paesi del Tortonese. 

La seconda, che uscirà con il prossimo numero, con l’elenco lunghissimo, doloroso, drammatico, dei caduti tortonesi, quell’elenco che tutti noi possiamo leggere sulle lapidi apposte sul monumento ai caduti in via Bidone, all’ingresso dello stabile che ospita ora parte degli scolari della Salvo D’Acquisto. Un modo per non dimenticare che le guerre sono sempre sbagliate. E per concludere non vogliamo citare uno scrittore italiano (come dimenticare, comunque, l’Ungaretti di “Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie” che sta nella raccolta “Allegria di naufragi”) ma uno scrittore tedesco, che quindi “stava dall’altra parte” della trincea, Erich Maria Remarque che documenta l’esperienza di un giovane soldato (lui nato nel 1898): “Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un’idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come per noi le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello».