IL CARCIOFO Č QUASI IN PENTOLA 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   05/12/2018 00:00:18 

 

 

Sinceramente siamo usciti dall’incontro con il direttore generale Brambilla profondamente delusi e sempre più convinti che ormai la fine del nostro ospedale sia segnata. Quando un direttore generale di Asl parla di un unico territorio con più ospedali, che però divengono “unico” il significato è uno solo: non ho convenienza a fare tanti “grandi” ospedali con tutti i reparti dell’emergenza, ma suddividere i reparti nel territorio, così da accontentare (e scontentare) un po’ tutti. Quando si dice, come ha detto Brambilla, che “a me interessa che il paziente non vada nell’ospedale più vicino e comodo, ma in quello ove trova il medico migliore” significa decretare che il servizio sanitario nazionale non è al servizio del cittadino, ma che è il cittadino che si deve arrangiare. Una volta a Tortona (ma fino a quando? visto che siamo obiettivamente i più penalizzati), una volta a Novi (che sta scoppiando, lo possiamo testimoniare di persona), una volta ad Acqui od Ovada (fisiatria, ricordate?) o addirittura a Casale o in Alessandria. Ma tutto ciò, più probabilmente, significa che il paziente tortonese si debba ormai sentire obbligato a scegliere il medico che preferisce, ed allora i richiami che provengono dalla Lombardia, ed in parte da Torino, sono vere e proprie sirene. Insomma da tempo diciamo che l’ospedale Santi Antonio e Margherita è come un carciofo in mano allo chef che lo sfoglia piano piano fino a metterlo in pentola: il ricordo di quanto avvenne a Castelnuovo Scrivia molti anni fa è ancora vivo.