25 APRILE: LA PRIMA DELLE TRE FESTE CIVILI ITALIANE 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   09/05/2018 00:00:06 

 

 

Pubblichiamo integralmente il discorso tenuto dal professor Bruno Cartosio quale oratore ufficiale alla manifestazione per la Liberazione

 

Nel nostro calendario civile ci sono tre date, tre ricorrenze-sorelle, inseparabili l’una dall’altra: il 25 aprile, il primo maggio e il due giugno. La Festa della Liberazione, che oggi giustamente celebriamo, è la prima nel calendario e ricorda quella che fu la precondizione per le altre: il successo nella lotta, armata e ideale, contro fascismo e nazismo e la fine della seconda guerra mondiale. Il Primo Maggio, la festa dei lavoratori soppressa dal fascismo, riconosce poi il contributo dei lavoratori alla vita della collettività; e il Due Giugno ricorda l’atto di nascita della repubblica, con il referendum con cui il popolo italiano – incluse le donne che votavano per la prima volta nella nostra storia – decise di ripudiare la monarchia, che del fascismo era stata complice. (E il ministro dell’interno che comunicò agli italiani i risultati del referendum era il tortonese Giuseppe Romita…)

Tutte insieme queste tre ricorrenze portano alla Costituzione che entrò poi in vigore il 1° gennaio del 1948.  L’articolo 1 dice che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” e che “la sovranità appartiene al popolo” (non era così quando i fascisti cancellarono le elezioni e istituirono la loro dittatura); l’art. 2 dice che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali” (riconosce cioè quei diritti che i fascisti avevano negato sia cancellando partiti e sindacati, sia istituendo controlli politici sui singoli e reprimendo ogni dissenso, sia approvando le leggi razziali [e non è motivo di vanto per Tortona che uno dei suoi figli, il professor Edoardo Zavattari, sia stato uno dei dieci firmatari del “Manifesto della razza” nel luglio 1938]); l’art. 3 afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”….E dice anche che “è compito della Repubblica rimuove-re gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; l’art. 4 dice che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. 

Sappiamo bene quanto le disuguaglianze sociali e la mancanza e la precarietà del lavoro siano presenti oggi nel nostro paese. E come tutti i paesi ricchi anche il nostro paese è oggi destinatario di immigrazione (la dinamica è la stessa di quando eravamo noi, poveri, che emigravamo verso paesi più ricchi…). I principi fondamentali posti all’inizio della nostra Costituzione sono il metro su cui misurare le inadempienze di questa nostra repubblica nei confronti dei suoi cittadini. Le difficoltà sono reali ed è difficile la ricerca di soluzioni ai problemi esistenti, tanto difficile da rendere addirittura possibile da parte di alcuni, pochi, un richiamo opportunistico al lontano passato, come se fosse stato migliore del presente: quelli che oggi si dichiarano neofascisti o neonazisti sono largamente minoritari, ma è la loro stessa esistenza che indica la gravità dello sbandamento culturale, morale e politico in atto. In troppi hanno dimenticato che cos’è stato davvero il fascismo e i pochi che a esso si richiamano ci ingannano sapendo di farlo. Era stato così anche cent’anni fa.

Non è possibile essere indifferenti. La necessità di una ripresa morale, non solo politica, è impellente. E’ in un periodo pieno di insicurezze come l’attuale che quei principi fondamentali della Costituzione devono essere la bussola su cui orientare la nostra vita civile. Guai anche solo a immaginare che sia possibile tornare a modelli di governo che includano nelle loro strategie l’autoritarismo, la violenza e la repressione politica, le discriminazioni sociali, sessuali ed etniche o razziali.

La Resistenza e la lotta di liberazione misero fine – e quella fine deve essere per sempre – alle ingiustizie e discriminazioni dei vent’anni precedenti. Tra il 1926, quando fu istituito, e il ’43, il Tribunale speciale fascista sentenziò 42 condanne a morte (31 eseguite), condannò 4.596 antifascisti (in maggioranza comunisti) a un totale di 27.735 anni di carcere e mandò circa 15.000 oppositori al confino. Politici e intellettuali antifascisti – soprattutto, ma non solo, socialisti, comunisti e liberali – da don Minzoni a Giacomo Matteotti, a Piero Gobetti, a Giovanni Amendola, ai fratelli Rosselli, ad Antonio Gramsci furono assassinati o fatti morire in carcere o per le percosse, così come accadde – qui da noi, nel 1944 – a Gavino Lugano, il socialista “avvocato dei poveri”. 

Ma non furono solo gli antifascisti a subire i danni del fascismo. Dobbiamo sapere come stavano davvero le cose. Il tenore di vita dell’intera popolazione lavoratrice peggiorò: subito dopo l’inizio della guerra i consumi pro-capite erano scesi al di sotto di quelli dei primi anni Venti e già prima del 1940, cioè prima della guerra, i salari dei lavoratori erano crollati al di sotto dei livelli di quindici anni prima (solo i ferrovieri e una parte dei dipendenti pubblici conservarono ancora per un anno o due gli aumenti che il regime aveva dato loro). Poi arrivarono l’Asse Roma-Berlino e la guerra: morti e feriti sui campi di battaglia e la fame per la popolazione civile; il lavoro scomparve; i salari scesero a un quinto di quello che erano dieci anni prima, mentre il costo della vita raddoppiava.

La lotta di liberazione iniziò dopo la vergogna dell’8 settembre 1943. A essa parteciparono attivamente quasi trecentomila partigiani – in gran parte giovani poco più che ventenni, operai, ex soldati abbandonati dai loro ufficiali o rientrati da Africa e Russia, studenti e anche donne, che il fascismo aveva voluto chiuse in casa e relegate nel ruolo di madri e casalinghe. Non si “andava in montagna”, come si diceva, per spirito di avventura. Era una scelta che veniva fatta con molte motivazioni diverse, che fu per tutti decisiva e che a molti costò la vita: i caduti partigiani furono 45.000. 

E tuttavia era una scelta che quasi tutti i partigiani furono in grado di fare con un certo grado di autonomia. Non fu così per gli 800.000 soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi e deportati, gli “internati militari in Germania”. Ed è in un certo senso anche più significativo il fatto che nella prigionia, di fronte all’offerta della possibilità di lasciare i lager arruolandosi nelle formazioni nazifasciste, più di 600.000 “rifiutarono ogni collaborazione con le forze armate tedesche e fasciste”, preferendo rimanere nella condizione di prigionieri. Anche questa fu Resistenza. Come lo fu quella, non armata, dei milioni di cittadine e cittadini di ogni ceto sociale che in mille modi, a volte rischiando in prima persona, diedero sostegno morale e materiale ai combattenti o solidarizzarono in silenzio con chi rimaneva antifascista o si nascondeva perché perseguitato. Come lo fu quella dei lavoratori industriali che diedero vita agli scioperi del 1943 e ’44, sfidando il divieto di scioperare, l’arresto e la prigione, la deportazione. 

Di quelle scelte, di quel rifiuto e di tutte quelle forme diverse di resistenza non dobbiamo dimenticarci. Dobbiamo continuare a esserne orgogliosi. E’ grazie all’orgoglio di avere combattuto in massa, per venti mesi, per mettere fine al fascismo e alla dominazione nazista che l’Italia non fu occupata dagli eserciti vincitori alla fine della guerra, come invece successe in Germania e in Giappone. Certo che le forze armate alleate che avevano risalito la penisola erano ormai arrivate alla valle Padana, ma l’insurrezione del 25 aprile – con tutto quello che la rese possibile – è interamente “roba nostra”. Dobbiamo continuare a essere orgogliosi della consapevolezza politica che la lotta di liberazione produsse nella maggioranza degli italiani. Quella consapevolezza e quell’orgoglio che guidarono la mano di chi votò per la Repubblica e l’intelligenza degli uomini e delle donne che scrissero la nostra Costituzione tra il 1946 e ’47. Una Costituzione che nessuno scrisse per noi. La Costituzione scritta da persone che sapevano bene che cosa volevano dire fascismo, nazismo, dittatura. Persone che sapevano di essere rappresentanti di un popolo e di un paese liberi, anzi: di un popolo le cui parti migliori avevano dato un contributo decisivo e incancellabile alla propria liberazione.

In foto: Il professor Bruno Cartosio mentre tiene l’orazione con il presidente dell’Anpi di Tortona professoressa Maria Grazia Milani