SINTESI DELLO STUDIO REGIONALE CHE PREVEDE LA CHIUSURA DELL’OSPEDALE 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   04/07/2018 00:00:22 

 

 

La scorsa settimana ha fatto rumore la notizia del documento predisposto dall’Ires Piemonte sulle strategie di riordino della rete ospedaliera nel Piemonte sud est, cioè nell’alessandrino. Tanto rumore, scrivemmo sullo scorso numero, per un’analisi affidata ad esperti ricercatori che hanno preso in esame due opzioni: la 0 che prevede l’adeguamento dell’ospedale tortonese, e la 1 che invece prevede la sua dismissione con l’alienazione del presidio, risultato per altro previsto anche per Novi Ligure, con realizzazione di un altro ospedale da 350 posti letto. La nostra critica era politica, in quanto avremmo preferito che questo documento, predisposto a gennaio e rivisto il 4 aprile, fosse stato commissionato dalla Regione con lo scopo di trovare le soluzioni migliori per rilanciare la rete ospedaliera alessandrina per contrastare il 28% di mobilità passiva (cioè di ammalati che si curano in altre regioni) e valorizzare le nostre belle realtà.

Abbiamo letto e riletto il non facile documento e ne tentiamo un sunto, in modo che ogni lettore, appassionato a questo tema, possa farsi una propria idea. Dobbiamo dire che proprio sull’onda di queste polemiche la commissione regionale sanità ha incontrato l’Ires per discutere di questo argomento. Il consigliere regionale Dem Domenico Ravetti, che della commissione è il presidente, ha poi emesso un comunicato con il quale ricorda che la nostra zona è caratterizzata da un tasso di natalità inferiore alla media regionale ed una quota di ultra 65enni (27,4% contro una media regionale del 25%) che impone scelte mirate nel campo della sanità. Il comunicato conclude così: “per me la soluzione migliore è l’opzione 0, che mantiene tutte le strutture esistenti e ne riconverte le porzioni in eccesso a funzioni territoriali od ospedaliere accessorie, quali poli per la continuità assistenziale, prima o dopo il trattamento ospedaliero, per la gestione dei picchi di domanda, per il post acuzie con prestazioni od assistenza ospedaliera”.

L’indagine prende l’avvio dalla famigerata Dgr (delibera di giunta regionale) n. 600 del 19 novembre 2014 poi modificata l’anno successivo che tagliava drasticamente le strutture complesse del nostro ospedale e declassava il pronto soccorso, per affermare che “i volumi di attività discendenti dal basso numero di strutture complesse con posti letto, in particolare per gli ospedali di Acqui, Tortona ed Ovada (ma da noi le strutture complesse sono state appositamente tagliate, ndr) solleva il tema della sostenibilità in termini economici e qualitativi dell’esercizio sanitario e della gestione delle strutture”. Poco più avanti, a pagina 8, in una tabella si legge che i posti letto teorici per il nostro ospedale sono 60, quelli effettivi 169 e quelli potenziali 209 mentre a pagina 9 si può leggere: “per la struttura è prevista un’importante riduzione del numero dei posti letto. Nell’ipotesi della riduzione la struttura risulterebbe ancor più sovradimensionata”. Nonostante ciò, però, il nostro ospedale riceve una classificazione pari a C, come il Cesare Arrigo e l’ospedale di Alessandria, il Santo Spirito di Casale, il San Giacomo di Novi e l’ospedale civile di Ovada mentre il solo presidio di Acqui ha una B. Dalla tabella si evince inoltre che i costi per l’adeguamento della struttura ammonterebbero a circa 20 milioni di euro, poco più di quanto costerebbe adeguare Novi (18,4 milioni) e molto meno di quanto costerebbe adeguare Casale, ben 33 milioni o l’ospedale alessandrino (68 milioni).

Ma una dichiarazione, a pagina 11, merita di essere riportata integralmente: “tutti i presidi ospedalieri dell’area Piemonte sud est hanno livelli di qualità strutturale superiori a quelli medi regionali (pensate un po’ in che stato è la sanità piemontese!, ndr), hanno un livello di obsolescenza inferiore a quello medio regionale, tutte le strutture sono sostanzialmente idonee agli usi attuali, il fabbisogno medio per l’adeguamento degli ospedali è significativamente inferiore rispetto a quello medio regionale”. Insomma stiamo meglio delle altre parti del Piemonte!

Poi finalmente a pagina 12 e 13 l’indagine prende in considerazione le due opzioni, quella 0 che prevede l’adeguamento per risoluzione criticità edilizie attuali e ridestinazione di parte del presidio per funzioni territoriali od ospedaliere accessorie e l’opzione 1 che prevede la dismissione ed alienazione del presidio.

Da qui in avanti per l’opzione 0 si hanno numerose tabelle: in una si calcolano i posti letto potenziali che potrebbero essere 209 (169 gli effettivi, meno 109 per via delle decisioni regionali più 60 per il progetto di riordino dà un totale di 120 contro, appunto, i 209 potenziali). Il costo per gli interventi di adeguamento e trasformazione sarebbe di circa 17,3 milioni, contro, ad esempio, i 18,4 di Novi Ligure, mentre il costo medio annuo per la manutenzione ammonterebbe a 642.240 euro contro 1,6 milioni di Novi. Per sostenere questa opzione 0, però, sono da calcolare investimenti per 25 anni pari a 1 miliardo 252 milioni di euro, ovvero poco più di 50 milioni all’anno.

L’indagine prende poi in considerazione l’opzione 1 cioè quella della chiusura. I valori di mercato per la vendita dell’area permettono una valutazione di circa 13 milioni 537.052 euro, superiore di circa 200 mila euro a quella per l’area dell’ospedale novese. I costi in 25 anni per l’adeguamento e per la trasformazione dei presidi ospedalieri rimasti ammonterebbero a 929 milioni. Ma questa opzione prevede anche la realizzazione di un nuovo ospedale da 350 posti letto “in sostituzione di quel-li di Acqui, Novi e Tortona”.

Ma qui, ed evitiamo di entrare nei particolari, il costo per la realizzazione dell’opera strutturale, edile ed impiantistica ammonta a 74,8 milioni di euro cui occorre poi sommare altre spese per giungere a circa 257 mila euro a posto letto, cui poi l’indagine somma gli oneri per parcheggi ed aree esterne, le tecnologie sanitarie (circa 124 milioni), gli arredi ed allestimenti (altri 33 milioni) per giungere ad una cifra complessiva di 157 milioni 566.804 euro.

E giungiamo così alle conclusioni: “il patrimonio ospedaliero del Piemonte sud est ha una capacità insediativa di circa 2.600 posti letto maggiore rispetto al numero effettivo di posti letto presenti (1.860). La tendenza è quella del potenziamento delle reti territoriali e della specializzazione della rete ospedaliera. Tale specializzazione si concretizza con la ridefinizione del ruolo dell’ospedale da luogo omnicomprensivo per la sanità a polo per il trattamento delle acuzie. L’attuazione delle politiche regionali fa intendere che nell’alessandrino le strategie per accompagnare l’esistente verso una scenario di sostenibilità di medio periodo non debbano essere improntate né al potenziamento né al ridimensionamento dell’offerta ospedaliera bensì al riordino della rete locale in termini di redistribuzione delle attività sanitarie.

Si ritiene che le strategie da seguire debbano essere improntate ai seguenti principi o criteri: • razionalizzazione dell’offerta ospedaliera e del numero dei posti letto; • integrazione ospedale e territorio mediante la costituzione di percorsi comuni, articolati per intensità e specificità di cura od assistenza; • specializzazione dell’offerta ospedaliera o territoriale ai fini dell’incremento della competitività e dell’attrattività delle aziende”. Più avanti si legge: “dall’analisi delle opzioni si evince: il fabbisogno per l’adeguamento ospedaliero in opzione 0 conferma anche solo da un punto di vista degli investimenti strutturali l’opportunità di procedere con la definizione di strategie di riordino; • ipotizzando un nuovo ospedale multispecialistico l’investimento ammonterebbe a circa 190 milioni di euro; • guardando alla sostenibilità economico finanziaria di medio periodo delle soluzioni considerate le differenze non sembrano supportare in via risolutiva la scelta; • in termini di risparmio di gestione l’opzione zero e l’opzione 1 porterebbero ad un risparmio medio annuo rispettivamente del 10% e del 20%”.