IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA GUARDIA 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   18/07/2018 00:00:10 

 

II.

L’epopea popolare della costruzione

L’epopea è un ciclo di fatti, ideali e gesta eroiche, spesso ampliate, cui un popolo fa riferimento per la propria identità basata su valori comuni. C’è un’epopea quando ci sono uno o più personaggi eccezionali attorno ai quali si sviluppa un forte coinvolgimento affettivo, ideale e pratico di un grande numero di persone che da massa diventano popolo. Ebbene, la costruzione del santuario della Madonna della Guardia, durata tre anni, costituì una autentica epopea per il popolo orionino e tortonese. La costruzione del santuario della Madonna della Guardia fu un’autentica impresa epica. Don Orione fu il protagonista principale che seppe promuovere e alimentare un grande coinvolgimento popolare a tre livelli: spirituale, primo e determinante, economico e lavorativo.

I fatti

Tralasciando gli aspetti tecnici, artistici ed economici di questa grande impresa, richiamiamo qui alcuni fatti e soprattutto il clima umano e spirituale che don Orione trasmise non solo ai suoi confratelli, chierici e amici (il popolo orionino) ma a tutta la città e a tutta la diocesi. In tempi di grande crisi economica mondiale (depressione economica del 1929), ancor più grave nell’Italia dopo la guerra mondiale, poté porre mano all’opera di costruzione del santuario perché aveva fiducia nella Divina Provvidenza e nei benefattori piccoli e grandi e perché contava nel lavoro manuale di una numerosa schiera di suoi chierici. 

È noto che il santuario fu “costruito” dai preti e chierici che don Orione seppe coinvolgere, motivare e animare. I lavori per la costruzione del santuario iniziarono il 16 aprile 1928, lunedì dopo la domenica in Albis. 

Vedere i preti lavorare al santuario fu uno spettacolo che incantò Tortona, mai troppo tenera con i preti. Quelli di don Orione erano “preti di stola e di lavoro”, “dalle maniche rimboccate”: tutti se ne resero conto.

Alla sera del 15 aprile, don Orione parlò ai chierici. 

“Domani partirete di qui, anzi partiremo di qui, perché in testa vi voglio essere io a guidarvi e a farvi strada, almeno idealmente… Partiremo di qui con gli strumenti del lavoro, con tutto quello che troverete utile e adatto al lavoro che vogliamo iniziare. 

Nessuno, penso, si vergognerà di attraversare la città con delle vanghe e delle zappe sulle spalle… Non si va alla conquista della terra, ma a fare un santuario a salvezza delle anime… Quindi, niente rispetto umano! 

Costruire un santuario vuol dire aprire una Casa della Madonna, una sorgente tutta speciale di grazie e di benedizioni della Madonna; nei santuari le anime vanno più volentieri, perché vi si sentono meglio vicino al sorriso della Madre Celeste. Aprire un santuario significa, voi lo capite, dare modo a tante anime di sentire un più vivo richiamo della Madonna, quasi una scuola di bontà, un rifugio di salvezza morale…” (Parola III, 141). 

“Il 16 aprile pomeriggio - ricorda un chierico di allora - don Orione ci condusse a San Bernardino. Uno dopo l’altro entravamo nella chiesetta della Madonna della Guardia, ponevamo sulla soglia gli arnesi del lavoro, recitavamo un’Ave Maria, intonata da don Orione che si era inginocchiato là, uscivamo e ci portavamo nel grande orto, dove poi, recitata ancora un’Ave Maria, don Orione diede il primo simbolico colpo di vanga. Ci divise in due squadre: i piccoli a portare mattoni, i grandi si diedero a scavare la terra e a caricare carretti. Don Orione prese la vanga e continuò a vangare fino alle sei di sera” (Dolm 1471). 

Così cominciava la “santa fatica” dei “manovali della Madonna”, dei “facchini della Divina Provvidenza”. Cominciava la umile e fervorosa epopea del lavoro che sarebbe durata tre anni per dare a Tortona il suo santuario mariano.

Alla sera del 17 aprile, dopo il primo giorno di lavoro, don Orione parlò di nuovo ai chierici.

“L’avete fatta la predica del buon esempio quest’oggi? Che occhi sgranati stamattina faceva la gente! Nessuno di voi si è spaventato dei sorrisi della gente… Ma bisogna dire che la gente, mi pare, è rimasta più che altro edificata, specialmente quelli di San Bernardino, che sappiamo com’è nei riguardi dei preti. 

È cominciata dunque la predica, e sarà una predica lunga, che durerà qualche anno: speriamo di far presto, ma certo ci vorrà del tempo. E la gente vi vedrà lavorare per la Madonna e si edificherà. Vedrà che siete capaci di adoperare la penna ma anche la zappa e il piccone; vedranno che non siete capaci solo di dire dei Pater Noster, ma anche di sfacchinare, di incallire le mani, di sacrificarvi per quella religione che vi preparate a predicare loro. 

Capirete quando sarete grandi il valore di quello che fate adesso. Bisogna continuare, bisogna continuare” (Parola III, 141/5).

“Si andava a lavorare a squadre - ricorda un testimone di allora - Una squadra allo studio e una al lavoro. Ogni sera, in quei primi giorni, don Orione voleva che, tornati dal lavoro, passassimo da lui: scherzando, voleva vedere le mani, se crescevano i calli” (Dolm 1473). 

Dovette essere uno spettacolo sorprendente: un centinaio di giovani, chierici sacerdoti di don Orione, appartenenti a tutte le regioni d’Italia e anche di Polonia, regolarmente inquadrati, ed in abito talare, con picconi, badili e vanghe in spalla, uscivano dalla casa madre di Tortona, nella centralissima via Emilia e andavano a raggiungere il cantiere a San Bernardino, per porre mano ai primi lavori del santuario.

“Più che di mattoni il Santuario è fatto di Ave Maria!". 

Don Orione promosse un vasto coinvolgimento spirituale, premessa e anche obiettivo dell’impresa del santuario. Si trattava del bene delle anime, di “dare Cristo al popolo e il popolo alla Chiesa di Cristo”. Egli era convinto che “Anche oggi il popolo ha l’istinto della preghiera” e che la devozione mariana riesce a far emergere questo “istinto della preghiera” in molti sopito o represso. Riteneva la devozione alla Madonna una espressione della ricerca di Dio, “tanto naturale”, forse “l’ultimo vincolo” al senso di Dio, della fede.

“Innalzare un santuario significa aprire una casa di Dio, perché la Madonna conduce sempre a Dio, perché chi cerca e si affida alla Madonna cerca e trova sempre Dio. La Madonna è la via più facile per andare a Dio: questa è la sua missione” (Parola, 16.4.1928).

Queste convinzioni trovarono conferma nella vicenda del santuario della Madonna della Guardia.

«Si può dire che tutti questi mattoni del santuario - osservò don Orione - sono stati messi su a forza di Ave Maria; più che di mattoni, anzi, questo santuario è fatto di Ave Maria. Quanto si è pregato da tutti, mentre si innalzavano i muri, quando si facevano le fondamenta... Quante anime pregavano, perché tutto andasse avanti bene! Le vecchie di San Bernardino andavano nel Santuarietto antico della Guardia, qui vicino, a pregare; le donne, le lavandaie fedeli, quelle della prima ora, mi dicevano che recitavano tanti rosari per i nostri chierici, commosse ed edificate a vederli lavorare così volentieri, senza badare al caldo o al freddo... Avevo incaricato anche anime buone e religiose di altri istituti, e tutti ogni giorno mandavano a Tortona la loro offerta di preghiere, di Ave Maria e rosari...

Le nostre suore mi dicevano che esse, quando guardavano fuori o uscivano e vedevano i nostri chierici lassù, su per i ponti e le impalcature avrebbero quasi voluto anche loro dare una mano a fare il santuario... ma, non potendo far altro, mi dicevano che recitavano tante Ave Maria” (Dolm 1585-1586).

Don Orione con la sua fede focosa nella Provvidenza, la devozione alla Madonna, l’amore appassionato alla gente umile riuscì a “stanare”, a smuovere le persone, a farle uscire dal proprio fatalismo e ripiegamento, per farle entrare fiduciosamente nella costruzione, nell’esperienza di socialità religiosa e civile, nella speranza. L’epopea della costruzione del santuario non è poesia, è storia. È una storia poetica, nel senso che favorisce nuove visioni, nuove azioni e creazioni. E anche miracoli.

Restò famoso il “miracolo” del chierico Domenico Brunello, che cadde dall’altezza di 18 metri e rimase incolume! Raccontò più volte il fatto. 

“Era il 17 ottobre 1930. Reggevo un'asse lunga quattro metri, camminando sopra un'altra larga venti centimetri e lunga tre metri. Nel dare lo slancio a quella da me retta per gettarla sull'impalcatura superiore… sotto mi manca il sostegno, ma ho la presenza di spirito di invocare: «Gesù e Maria, salvatemi!». Ricordo nettamente, durante il volo, iniziato col capo in giù, questo ragionamento: «Cosa dirà mia mamma e mio papà vedendomi così rovinato?».

Scosso da un tremendo colpo, mi trovo seduto in terra: certamente una mano misteriosa mi ha capovolto, interrompendo il volo a capofitto e raddrizzandomi prima di toccare il fondo cripta.

Caduto così sul terreno e nella posizione normale di chi è seduto, faccio uno sforzo per alzarmi e sottrarmi allo sguardo impressionato dei compagni. Ma non mi è possibile; anzi, dopo questo sforzo, incomincia ad annebbiarmisi la vista. 

Dopo alcuni minuti decidono di sollevarmi e portarmi sopra, ma io li fermo, dicendo: «Lasciatemi stare, mi fa male la schiena».

Dopo un buon quarto d'ora decidono di portarmi sul terreno superiore e adagiarmi sopra un materasso. Così adagiato, vorrebbero levarmi le scarpe; mi oppongo dicendo: «Non levatemi le scarpe, perché ho le calze rotte». A queste parole, alcuni sorridono e altri esclamano rassicurati: «Ormai non muore più».

All'ospedale, mi trattengono in osservazione per quaranta giorni. Dopo neppure due mesi, posso riprendere pian piano il mio lavoro di garzone muratore della Madonna” (Dolm 1534.1537).

La gente di Tortona si commosse al vedere quei preti in tonaca fare i muratori e sfacchinare per la Madonna. Molti che passavano in auto per l’importante via Emilia sostavano incuriositi e ammirati.

Tra i chierici, ve n’era uno, Ernesto Odino, un “carissimo” cioè una vocazione adulta, un ex mugnaio grande e grosso. Era noto perché riusciva ad alzare 4 sacchi di cemento da 40 chili, due per parte. Un giorno stava attraversando via Emilia portando appunto due sacchi di cemento sotto le braccia. Un’auto sostò per farlo passare e ammirare questo colosso di prete, col suo sottanone sporco, passare con quei sacchi di cemento. Era appena sfilato davanti quando un signore dall’auto gli gridò:

- Ma chi te lo fa fare?

Odino si girò, fece un attimo di silenzio, poi fece un cenno con la testa verso l’alto:

- Il Paradiso.

- E se non ci fosse? - replicò scettico l’autista.

- E se ci fosse? - disse il buon Odino continuando con i suoi sacchi sotto le braccia.

Nella foto: Processione dei chierici manovali (29.8.1931)

Don Flavio Peloso

(Continua)