IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA GUARDIA 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   25/07/2018 00:00:05 

 

 

III.

Coinvolgimento economico

Don Orione coinvolse la città di Tortona con informazioni, manifesti, raccolta di soldi. Lanciò l’iniziativa dei “salvadanai della Madonna” collocati in negozi, in ogni ambiente pubblico e nelle case. Promosse sottoscrizioni per pagare singoli elementi della costruzione del santuario. Percorse le vie cittadine, come in processione, con la grande “colonna Dertona”, di marmo, frutto di una colletta cittadina, prima di erigerla in santuario. 

Al tempo della mietitura, lanciò la raccolta del “grano della Madonna”. “Ora, o miei benefattori del grano, sono anzi tutto a farvi un caldo invito... vengo a cercarvi un po' di grano, le spese pel santuario sono tanto cresciute. Chi di voi non vorrà farmi la carità di dare, anche quest'anno, un po' di grano per contribuire al nuovo santuario della Madonna della Guardia?” (Scritti 114, 84). 

L’iniziativa più originale e famosa fu senz’altro la “questua delle pignatte rotte”. “Ormai mi danno un nome che nessuno me lo leverà più: mi chiamano il «prete delle pignatte rotte». E ben venga anche questo nome, basta servire la Madonna!” (Scritti 62, 73). Don Orione girò per tutti i paesi della diocesi di Tortona parlando della Madonna e raccogliendo l’umile collaborazione della povera gente. 

“Non avete in casa qualche vecchia pentola o qualche pignattone di rame, che non ne fate più niente? Qualche caldaia rotta, calderini, padelle, casseruole, tegamini, scaldaletti, qualche marmittone da regalarmi per fare la statua della Madonna? Non avreste dei mestoli, schiumarole di rame, catini, secchi, pompe rotte da solfato, monete di rame fuori corso? Prendo tutto!” (Scritti 62, 28-29). 

Con la singolare questua, don Orione offerse anche ai poveri il privilegio di partecipare a costruire la sognata statua della Madonna. Il 15 marzo 1931, don Orione, al termine di una raccolta di rame a Novi Ligure, disse: “Fino ad oggi sono giunti di giorno in giorno, di sabato in sabato, soccorsi: quanto è aritmeticamente necessario. Si sono quasi pagate le 12 colonne in lire 300.000, i cinque milioni di mattoni, lo zoccolo in granito, le travature, il legname per le impalcature, ecc.” (Dolm 1566). Quell’elenco di cifre suonavano all’orecchio della gente sbalordita come una litania della Divina Provvidenza.

Anche l’impiego dei chierici nella costruzione del santuario costituì un contributo economico. Non c’erano soldi nell’Italia del dopo guerra e al tempo della “grande depressione” mondiale del 1929. “I chierici che hanno lavorato al santuario di Tortona risparmiarono alla Congregazione 400 o 500 mila lire. Voglio fare una lapide dove saranno incisi i loro nomi come benefattori insigni del santuario” (Dolm 1592). 

La caratteristica con cui ancora oggi si qualifica il santuario della Madonna della Guardia di Tortona è: il santuario costruito dai chierici manovali.

«Eravamo una grande schiera a lavorare; probandini, chierici, "carissimi": noi "carissimi" saremo stati una quarantina. Anche i probandini venivano dal Paterno, in certi pomeriggi, per qualche ora, e pulivano mattoni vecchi, passavano la sabbia, portavano acqua, drizzavano chiodi. In certi momenti di grande lavoro, don Sterpi mobilitava tutti e a tutti domandava di fare quello di cui erano capaci. Era un formicolìo, in quel cantiere: ognuno dava, con indicibile slancio di generosità, quello che poteva dare, sotto la direzione di Michele Bianchi, il capomastro della Provvidenza» (Dolm 1587).

Fu determinante economicamente l’apporto di benefattori - soprattutto genovesi - che si onorarono di donare cospicue somme per la costruzione del santuario. Don Orione li seguiva, scriveva loro, li teneva informati del progresso dei lavori. “Benedetti voi, o insigni benefattori genovesi, che siete i benefattori più fedeli… Voi, o cari genovesi, avete veduto sorgere questo nostro Santuario” (Dolm 1774). 

Coinvolgimento di ideali e valori

Quell’impresa di lavoro aveva per don Orione un grande valore formativo e apostolico per la gente che egli spiegava così ai suoi chierici. 

Il 28 aprile 1929: «Tenete a mente quello che vi ho detto altre volte: la vostra è una predica, una predica! ma di quelle... speciali. Si vede chiaramente che la gente si avvicina, che questa gente, che ci circonda qui nel borgo, ci guarda con occhi diversi da prima. L'esempio penetra nei cuori senza che si parli! Anzi, meno si parla, più fa del bene». 

“E avremo poi, tra questi chierici, quelli che terranno su le case con lo spirito del loro sacrificio. Gli anni di studio ci vogliono, ma bisogna badare che il solo studio non li faccia diventare signorini.

La gente che ha battuto le mani ai lavoratori era l'espressione della soddisfazione popolare. Abbiamo acquistato tanto credito, per grazia di Dio, che, se facessimo anche debiti, tutti hanno fiducia di noi.

Siamo in tempi in cui, se vedono il prete solo con la stola, non tutti ci vengono dietro, ma se invece vedono, attorno alla veste del prete, i vecchi e gli orfani, allora si trascina... La carità trascina! La carità muove e porta alla fede e alla speranza. Se in tante famiglie di San Bernardino è rientrato il Vangelo, non è certo rientrato per le prediche del Prevosto di San Michele, voi mi capite, ma perché hanno visto i preti lavorare. Il popolo vuol vedere la realtà! Noi non ci facciamo pagare per  fare suonare  una, due o tre volte le campane” (Parola, Vb 231).

Don Orione era anche criticato da alcuni perché faceva lavorare preti e chierici, per le sue “originalità”. Don Orione era cosciente delle sue “stranezze pastorali” e le motivò.

“Nel bene, se non si è un po’ originali, se si sta sempre lì… si ristagna, si ammuffisce. La novità è mezzo di fare il bene, perché richiama l’attenzione e si interessano gli altri alle iniziative di bene. I ministri del male non hanno vergogna, no, a fare gli originali, gli audaci, i creatori di novità e, perfino, gli strani e i bizzarri! Dovremo averla noi? 

Quando la Madonna ci darà grazia di fare la grande statua col rame raccolto nelle parrocchie della diocesi di Tortona, vedrete che fuoco di entusiasmo, di fede e di amore alla Madonna... È ben questo che noi vogliamo! Aiutare il sentimento dei semplici, del popolo, dei buoni, indirizzandolo verso i più sacri ideali del Cristianesimo, di cui la devozione alla Madonna è il più intuitivo, il più sensibile, il più facile a capirsi da tutti” (Parola, 17.4.1938).

La costruzione del santuario della Madonna della Guardia di Tortona (1928-1931) è stata l’epopea di un uomo che ha fede e che parte da solo, con il sogno di “costruire la chiesa”, e poi coinvolge tutti in una sfida tra la pochezza delle risorse e la grandiosità del risultato per far toccare con mano che “Là c’è la Provvidenza”.

Coinvolge confratelli, suore, chierici costruttori, con importanti risultati formativi. 

Coinvolge persone facoltose e di ruolo sociale, autorità civili ed ecclesiastiche, con effetti di responsabilizzazione e di solidarietà. 

Coinvolge la gente umile, il popolo che partecipa e offre qualcosa della sua povertà. Mediante la “questua delle pentole rotte” tante persone si sentivano coinvolte nel “fare il santuario”. Ho ascoltato anch’io personalmente, molti decenni dopo, persone dire con soddisfazione: “nella statua della Madonna ci sono anche le pentole rotte di mia nonna”. 

La Chiesa è di tutti. 

“Dobbiamo costruire la chiesa” era il leit motiv. Questa è la Chiesa (con la maiuscola) che sogna don Orione: una chiesa in costruzione, una chiesa in mezzo alla Città (anche questa con la maiuscola), fatta di persone con condizioni e ruoli differenti che collaborano, che credono nella Divina Provvidenza o anche non credono ma si fidano di un uomo che crede nella Divina Provvidenza e partecipano solidali. Alla fine, i “costruttori” si accorgono che stanno costruendo non solo la chiesa, ma la città (cittadinanza) di Tortona coinvolta nel progetto.

Don Orione arriva a vedere la chiesa costruita in soli tre anni, inaugurata nel 1931 e divenuta casa religiosa e civile. Ma la lascia, nel 1940, ancora in costruzione. Don Orione, prima frenetico trascinatore nella costruzione, poi, non ebbe più fretta di “finire” la chiesa, di abbellirla, di renderla oggetto da vedere e non più da costruire.

Resta sempre qualcosa da fare nella costruzione della chiesa.

Nella foto: I falegnami al lavoro nel maggio 1937

Don Flavio Peloso

(Fine)