GLI AUGURI DEL VESCOVO VITTORIO VIOLA 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   23/12/2019 00:00:24 

 

Da cinque anni è il pastore della Diocesi di Tortona

 

Ad Assisi, il 7 dicembre di 5 anni fa, il francescano Vittorio Francesco Viola veniva ordinato vescovo di Tortona. Dall’anno successivo, in occasione del Natale, lo avviciniamo per una intervista.

 

Padre Vittorio, quest’anno non è ancora uscita la sua lettera pastorale ma sul sito della diocesi ho scoperto con interesse “il progetto pastorale per il rinnovamento della vita diocesana nella corresponsabilità di tutti i suoi componenti”. Innanzitutto: quale è la valenza del termine corresponsabilità? A chi è rivolto questo termine ed a quale livello?

Ho presentato il contenuto della lettera nella celebrazione di apertura dell’anno pastorale, il 27 settembre, ma ho voluto firmarla nell’anniversario della mia ordinazione episcopale. Nei prossimi giorni verrà pubblicata. Anche questa lettera pastorale continua la riflessione delle precedenti ed è da intendersi come un’unica prospettiva nella quale ci stiamo muovendo. Quest’anno tale continuità è ancor più evidente a motivo del fatto che non intendo individuare nuovi obiettivi da raggiungere, ma semplicemente incoraggiare a proseguire il cammino intrapreso. Ho voluto indicare nelle parole di Maria all’arcangelo Gabriele (“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”) l’atteggiamento che siamo chiamati ad avere nel rispondere a quanto lo Spirito ci suggerisce. Si tratta di fidarci di Dio, con piena docilità, come Maria. Dall’ultimo convegno diocesano ci accompagna il tema della corresponsabilità, tema che stiamo comprendendo nella sua ricchezza. Riguarda tutte le componenti della comunità perché si tratta di condividere una prospettiva, di rispondere insieme alle questioni di fondo della vita della comunità cristiana, di prendersi cura reciprocamente della fede e della vitalità della comunità. La corresponsabilità è di più che fare ciascuno la propria parte. È “sentirsi parte” di una comunità; è agire avendo sempre a cuore la crescita dell’insieme.

 

A volte si avvertono incomprensioni tra clero e fedeli: come poter migliorare questo dialogo?

Come prima cosa dobbiamo credere nel valore del dialogo, quello vero, che è apertura alle motivazioni dell’altro e non la pretesa di imporre le proprie convinzioni. Molte incomprensioni nascono da una mancanza di ascolto reciproco. Le opportunità ci sono: i consigli pastorali, i convegni diocesani, tutti gli organismi di partecipazione delle nostre comunità. Alcune fatiche nascono dalla non conoscenza del cammino che stiamo facendo che, come dicevo nella lettera pastorale dello scorso anno (Progetto, n. 25), si fonda su alcuni punti di non ritorno: discutiamo su tutto, ma una volta operato un discernimento comunitario, non possiamo continuare a mettere tutto in discussione sulla base di personali visioni e sensibilità. Il lamento cronico non serve a nulla se non a rallentare il cammino.

 

Accogliendo l’invito di Papa Francesco a celebrare la giornata dei poveri, lo scorso 17 novembre un significativo gruppo di persone, che vivono situazioni di difficoltà, è stato ospitato a pranzo in seminario. Conosciamo anche altre consolidate opere di carità presenti a Tortona. Quali sono in città e nel Tortonese le urgenze alle quali la Caritas è chiamata a far fronte?

La povertà ha molti volti. Certamente il più visibile è quello di chi non ha pane per sfamarsi e un tetto sotto il quale trovare riparo. Tutti dobbiamo sentirci interpellati da queste emergenze. Ma la povertà si manifesta anche in altri modi: la mancanza o la perdita del lavoro, la solitudine degli anziani e di chi vive ai margini della società, la fatica dei disabili e delle loro famiglie, la prova di una malattia invalidante. La Caritas è chiamata non solo ad interventi concreti, ma vuole anche educare la comunità cristiana a vivere la carità, senza la quale tutto si svuota, come ci ricorda san Paolo. Abbiamo sempre molto da imparare. La nostra città offre delle risposte concrete: il dormitorio, la casa di accoglienza, la mensa, il centro di ascolto medico, la fondazione antiusura. Possiamo sempre migliorare, ma queste ed altre realtà già sono un bel segno di attenzione da parte di volontari e istituzioni.

 

La mancanza di vocazioni al sacerdozio si fa sentire. Come pensa di affrontare questa situazione?

La crisi vocazionale che colpisce in particolare le regioni del nord, è una questione molto seria. Le motivazioni sono molteplici, tra queste anche la diminuzione delle nascite, mai così basse in Italia. Il 2018 ha fatto segnare un nuovo record negativo, con quasi 140mila nascite in meno in dieci anni. Le attese nei confronti del figlio unico, il contesto culturale segnato da individualismo ed indifferenza verso l’altro, le conseguenze del processo di secolarizzazione, la difficoltà dei giovani ad assumere un impegno per tutta la vita, non favoriscono certo un’apertura all’ascolto della chiamata a donare la propria esistenza a Dio e alla comunità nel ministero. Alcuni paesi che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo dalle nostre chiese di più antica tradizione, ci stanno venendo in aiuto. Anche la nostra diocesi beneficia in piccola misura della presenza di sacerdoti provenienti da altre nazioni. A loro va la mia gratitudine: non è facile inserirsi in una cultura diversa. Resta il fatto che dobbiamo interrogarci sulla nostra crisi di vocazioni. La preghiera e le iniziative della pastorale giovanile non mancano.

 

Nella lettera alla città in occasione di San Marziano lei ha posto una domanda: “Di cosa ha bisogno Tortona?” ed ha sottolineato: “Non ho ricette e non mi competono risposte tecniche. Provo a suggerire dei presupposti che rendano possibili scelte eticamente orientate. L’esperienza umana che può offrire un nuovo paradigma d’azione è quella del dono”. Lei ha affrontato in questi mesi in città a noi vicine i problemi del lavoro e quelli relativi all’alluvione. A Casalnoceto ha contato i danni alla struttura del Paolo VI. Come si è sentito coinvolto?

Tutto ciò che riguarda la vita dell’uomo ci interessa, in modo particolare le esperienze nelle quali siamo messi alla prova. La diocesi ha fatto gesti concreti di vicinanza. Credo che il compito della comunità cristiana sia quello di leggere alla luce del Vangelo le realtà dell’uomo. La dottrina sociale della Chiesa ci offre una riflessione preziosa.

 

Quest’anno in città è cambiata amministrazione. Come sono i vostri rapporti?

Ricordo che 5 anni fa entrando in diocesi ai molti sindaci presenti ho detto: «Io voglio essere un buon cittadino e lo sarò se vi ricorderò dei poveri, di chi con il lavoro ha perso anche la sua dignità, di chi non ha più una patria o una casa, di chi chiede giustizia o reclama un diritto». Sento di essere chiamato a questo, nel rispetto dell’autonomia delle nostre istituzioni. Ho avuto modo di conoscere la nuova amministrazione in un confronto aperto e rispettoso. Penso che sia una buona premessa per continuare la collaborazione che sempre abbiamo avuto con le diverse amministrazioni per il bene della nostra città. Certamente accolgo la raccomandazione di san Paolo: «Raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio» (1Tm 1,1-2).

 

Forse saprà che in città alcune voci parlano di un suo possibile trasferimento per assumere un altro incarico. Noi le auguriamo tanta soddisfazione ancora a Tortona.

E io volentieri accolgo l’augurio. Sono qui e sono a casa, come solo ci si può sentire quando facciamo la volontà di Dio. Auguro a tutti i lettori un Santo Natale.

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