IL CORONAVIRUS IN CINA, IL COLERA A TORTONA. LA STORIA SI RIPETE 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   12/02/2020 00:00:06 

 

Tortona dall’800 al nuovo millennio

 

Due epidemie che sembrano fatte in fotocopia nonostante siano separate da quasi due secoli. Oggi in Cina il Coronavirus, ieri, nell’antica provincia tortonese, il vibrione colerico o, più semplicemente, il colera. Ma le analogie sono molte. Prima reazione, ieri come oggi: la paura. "Il Cholera.... Al triste suono di tale parola la scienza medica si confonde, il pensiero d'ognuno ricorre tosto a quella terribile e micidiale malattia  che ha seminato di stragi il mondo, e l'animo grandemente si rattrista nel ricordare la vita spenta di tanti cari. Di questo morbo tutto è mistero. E' dubbia la sede ove esso sparga nel nostro corpo il suo veleno, non è ancora definita la questione se sia o non  contagioso e, quel che più monta, non si conosce, purtroppo, fino a quest'ora un vero specifico che valga a paralizzarne la mortifera azione". Questo scriveva Giuseppe Salice, flebotomo, nell’introduzione ad un opuscoletto in cui riferiva le vicende del colera a Tortona nel 1867. Penso che sostanzialmente queste considerazioni siano valide ancora oggi. La comparsa della prima epidemia di colera  nel regno di Sardegna, quindi a Tortona, risale al 1835. Prima preoccupazione del Governatore della Divisione Militare, cui apparteneva Tortona, fu quella di non spaventare il popolo, evitando apparati o cerimonie troppo vistose ed eccessivamente lugubri. La normalità doveva essere mantenuta il più possibile. In risposta le autorità locali, di fronte a questa situazione di incertezza e di panico, si impegnarono, da parte loro, a nascondere le tristi conseguenze dell’epidemia per tenere sotto controllo le reazioni popolari. Proprio come oggi: infatti stampa e mass media sono state severamente bacchettate dal Premier Conte, accusate di propalare informazioni false e spargere inutili, anzi dannosi allarmismi. Accertati i primi casi di colera (nel 1835 a Fabbrica Curone e nel 1854 a Tortona (cascina Torrione), la prima misura sanitaria fu l’istituzione di cordoni sanitari e l’isolamento dei centri abitati. Infatti il ‘morbo asiatico’, come veniva chiamato allora, dall’India, dove era endemico, era giunto in Europa attraverso i porti che furono i primi punti sottoposti a controllo. Ed oggi, i punti deboli, sono gli aeroporti (nonchè i porti dove attraccano soprattutto le navi da crociera).

Durante l’epidemia del 1835 anche il centro storico di Tortona fu isolato e chi proveniva da Genova (dove si accertarono i primi casi di colera) o da altre zone infette, superato il ponte dell’Ossona, trovava sbarrata la via al centro città, e allora doveva imboccare la Contrada Massiglia (oggi via Campanella) e contrada Bertarino e aggirato l’abitato arrivava alla Fitteria da dove, effettuato il cambio dei cavalli, proseguiva il viaggio. Era infatti accaduto che nel corso dell’epidemia del 1854, il primo contagiato proveniva da Genova: si trattava di un militare che rientrava a casa in licenza. Un’altra urgente misura da prendere riguardava l’organizzazione del lazzaretto (o ospedale dei colerosi) per isolare i contagiati. Oggi in Cina stanno approntando enormi strutture a tempo di record; a Tortona nel 1835 veniva allestito il lazzaretto al San Francesco, nel 1854/55 ai Cappuccini, nel 1867 nelle ex-officine Della Beffa e nel 1882 alla Cartiera oltre San Bernardino. In Italia oggi, come noto, gli accertamenti sanitari vengono compiuti presso l’ospedale Spallanzani di Roma che avrebbe isolato per primo il virus. Un’altra misura sanitaria fu la quarantena, che venne applicata fin dal primo manifestarsi del morbo. Fu ancora attuata durante l’epidemia del 1882: alla stazione ferroviaria era controllato chi veniva da Marsiglia, da Nizza o da Tolone, allora città di emigranti italiani (erano circa 30 mila, tra cui numerosi tortonesi); dopo una prima quarantena al confine, una volta giunta alla stazione di Tortona, la persona contagiata - o supposta tale - subiva un nuovo controllo da parte di agenti sempre presenti all’arrivo dei treni provenienti dalla Francia per sottoporla a suffumigazioni, cioè a disinfestazioni con cloruro di calcio e solfito di ferro, quindi veniva trasferita in locali appositamente approntati - a Tortona, nel seminario - per un nuovo periodo di isolamento. Durante le varie epidemie di colera fu raccomandata la massima attenzione alle norme di igiene pubblica e privata, soprattutto nel consumo degli alimenti. Furono quindi proibiti gli assembramenti di persone, sospesi i mercati e le processioni, mentre le funzioni ed i funerali dovevano essere contenuti nel tempo strettamente necessario. Queste stesse misure oggi vengono applicate in Cina e altre zone ad alto rischio di contagio. Quindi ieri come oggi, si presentano situazioni analoghe, che impongono improvvisi cambiamenti nelle abitudini quotidiane, con pesanti disagi. Con una differenza, almeno speriamo: le conoscenze scientifiche da allora hanno compiuto passi da gigante, quindi tutti ci attendiamo una rapida soluzione di questa drammatica emergenza.

 

Nella foto: l’opuscoletto del dott. Golzio inviato a Genova a studiare il colera (1835)

Armando Bergaglio