TESTIMONIANZA ESCLUSIVA: “IO, CHE HO VISSUTO SULLA MIA PELLE IL COVID-19, VI DICO: STATE A CASA!” 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   24/03/2020 00:00:06 

 

Abbiamo contattato un 30enne della zona ricoverato perchè contagiato dal Coronavirus: ecco la sua testimonianza.

“Sono due giorni che ho la febbre, poche linee, con una strana tosse e mi sento giù, con poche forze: speriamo sia solo una normale influenza, non il Coronavirus. Intanto sto a casa dal lavoro. Al terzo giorno mi si alza la febbre fino a 39, brutto segno: chiamo subito i numeri di emergenza regionali però mi dicono di stare in casa e chiamare il medico di famiglia; lo faccio, mi dà una cura antibiotica più il cortisone, speriamo, anche perché faccio fatica a salire le scale. Nella notte la situazione precipita, tanto che quasi svengo mentre vado in bagno: arriva l’ambulanza, mi “sparano” l’ossigeno al massimo e mi portano d’urgenza in ospedale. Prima diagnosi: polmonite da Coronavirus. Mi spogliano di tutto (non rivedrò più i miei vestiti), mi fanno il tampone e dopo neanche 2 ore mi trasferiscono in terapia intensiva: casco CPAP, sondino naso gastrico, catetere e flebo su flebo. Il reparto sembra un girone dantesco: persone, tante, di ogni età, con i caschi (se va bene) o sedate ed intubate con continui cambi posturali per favorire la respirazione; è un continuo via vai di ricoveri, trasferimenti di reparto o di ospedale per liberare posti letto. Mi scompare la febbre ma il respiro è sempre pessimo e sono isolato da tutto e da tutti: con me ho solo il cellulare, che non posso usare, ed ho lasciato mia moglie a casa da sola. Arriva il referto del tampone, positivo: poco cambia, ora devo solo uscire da questa situazione. Dopo due giorni mi tolgono il casco, finalmente, con lui vengono via dalla faccia due dita di pelle morta, mi mettono la Ventimask che terrò per altri due giorni: fastidiosa e rumorosa non riesco a riposare pur essendo fiacchissimo. Continuo a migliorare, per fortuna, a differenza di tanti che sono in reparto con me, così mi trasferiscono in subintensiva, abbassano i dosaggi e mi tolgono la maschera: finalmente riesco a dormire un po’. Dopo un’ultima sessione di casco mi tolgono anche il sondino (finalmente dopo 8 giorni mangio), mi lasciano l’ossigeno normale, mi trasferiscono (di nuovo) in medicina e mi restituiscono la mia fede nuziale dentro un sacchetto con su scritto “Biohazard”. Nel frattempo mi hanno fatto e continuano a farmi esami del sangue per vedere se sono ancora positivo o meno al Covid-19. Per fortuna i miglioramenti sono costanti, mi liberano anche dal catetere, un altro passo verso la normalità. Arriva l’ultimo trasferimento, in un’altra città, perché il “mio” ospedale ha bisogno di letti perché la situazione in generale non migliora. E allora, visto che sto lentamente uscendo da questo tunnel, dopo i peggiori dieci giorni della mia vita, non posso non pensare a tutte le persone che ho visto ricoverate di fianco a me (ce l’avranno fatta?) e soprattutto ai medici e agli infermieri che mi “hanno preso per i capelli” e rimesso in sesto, che sono ormai settimane che fanno turni massacranti, che ogni giorno indirettamente vivono il dramma delle centinaia di ricoverati che assistono e che spesso non riescono a salvare, senza contare che tanti di loro pur essendo stati contagiati dal maledetto Coronavirus non mollano di un metro. Per questo non posso che dire loro grazie e a tutti voi: state a casa!”                                            

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