LE GIORNATE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   24/03/2020 00:00:02 

 

In questi giorni mi è tornata alla mente un’azzeccatissima vignetta, disegnata dal grande Forattini, in occasione della morte del primo ministro dell’Unione Sovietica Andropov: una bara chiusa da cui usciva un poderoso ECCI’. Le fonti ufficiali dissero allora che era mancato per un raffreddore. La famiglia dei Coronavirus, individuata negli anni sessanta, è responsabile di malattie respiratorie negli animali (polli, uccelli, maiali, mucche). Negli uomini è responsabile del raffreddore comune. Negli anni duemila però queste “pallottoline di RNA” dotate di tentacoli hanno modificato le proprie caratteristiche, sono mutate causando l’epidemia di SARS nel Sud Est asiatico, di MERS in Arabia, di Wuhan in Cina e ora girano per il mondo.  Assomigliano al 70% a quelle che causano la SARS ma sono molto più contagiose (1 persona ne contagia 2,5) e lo sono anche quando si è asintomatici, non è ancora sicuro che si instauri immunità definitiva dopo essere guariti, non c’è vaccino. Questo nemico invisibile ha buttato all’aria la vita del mondo intero. Nell’arco di poche settimane ciascuno di noi si è trovato davanti all’ordine di STARE IN CASA: frase semplice, breve, chiarissima. Eppure in quelle tre parole c’è la demolizione di uno stile di vita che è diventato parte di noi. Siamo bruscamente di fronte ad una realtà di fragilità, di debolezza, di incertezza, di paura, di povertà. Un terribile esempio ne è la grande zona rossa rappresentata dalla Lombardia, dove il contagio è altissimo, le complicanze respiratorie sono frequenti, la mortalità è elevata. I virologi e gli epidemiologi si stanno chiedendo il motivo di questi dati concentrati in quel territorio. Anche la Scienza si è trovata ad affrontare bruscamente una nuova sfida: una malattia che non ha cura diretta e che dilaga, che colpisce soprattutto persone già fragili ma non solo, che ha bisogno di assistenza intensiva in modo rapido e per numeri più alti delle disponibilità lasciate dalla riorganizzazione sanitaria degli ultimi anni. Stiamo conoscendo le tecniche matematiche e statistiche per leggere in modo adeguato la realtà, per interpretare correttamente il messaggio dei numeri e delle percentuali. Da due giorni, i grandi numeri ci dicono che si intravede un inizio di rallentamento dei contagi: forse cominceremo a vedere oggi o domani il risultato di scelte e comportamenti di dieci giorni fa, quelli virtuosi. La tecnologia è venuta rapidamente in aiuto per mantenere i contatti fra le persone ma mostra anche quanto si impari nel garantire il valore dell’incontro, della vicinanza, della stretta di mano, dell’abbraccio, della pacca sulle spalle. Infatti sta emergendo fortemente la necessità di approntare anche un’assistenza psicologica, per aiutare a gestire la solitudine e la convivenza, l’ozio forzato e la noia, il silenzio e il tempo sospeso. Pensiamo poi alle situazioni di difficoltà rappresentate dalla disabilità fisica e mentale, dalle convivenze difficili e violente. Tantissime sono le informazioni che riceviamo in queste settimane; non è facile discernere quali ascoltare e quali ignorare e questo serve per capire quanto sia importante avere “scuole capaci di costruire teste ben fatte anziché teste ben piene”. Serve per capire come siano importanti gli scienziati seri e preparati, che lavorano in equipe confrontandosi, osservando e ragionando. A mio parere converrebbe fare uno sforzo per non perderci in questo tempo di pandemia e tante sono le sfide da raccogliere: studiare tanto e bene, acquisire la consapevolezza che l’interesse personale è declinato al plurale (ognuno per sé e Dio per tutti non funziona), recuperare la gestione del tempo, riequilibrare la scala dei valori personali e sociali. Ora però continuiamo a stare un passo avanti al Coronavirus, lasciamolo per le strade da solo, così che non trovi cellule da infettare e persone da colpire: STIAMO IN CASA, STIAMO A CASA.

Dottoressa

Maria Grazia Pacquola