LA PAURA CONSERVA, LA SPERANZA SVILUPPA. PENSIERI IN TEMPO DI CORONAVIRUS UTILI PER IL FUTURO 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   24/03/2020 00:00:01 

 

Ho fiducia che tra non molto tempo sia stata superata l’emergenza causata dal Coronavirus. Sto scrivendo mentre siamo al culmine delle misure di contrasto all’epidemia e vivo da pendolare tra gli ambienti vuoti della parrocchia e quelli della comunità. Le considerazioni che qui condivido non riguardano l’evolversi del contagio ma il fenomeno sociale creatosi con il Coronavirus. Per questo userò il presente storico, perché, anche se si fa riferimento a eventi passati (spero!), qualche pensiero è utile anche per il futuro.

 

L’emergenza del coronavirus

L’emergenza Coronavirus è un problema serio e mondiale. È la prima epidemia al tempo dei social network, della comunicazione immediata e di massa. L’emergenza si sviluppa ed è raccontata mentre abbiamo lo smartphone in mano, collegati urbi et orbi, con il Presidente del Consiglio e con la parrucchiera Anna. Avviene che la velocità di comunicazione sfarina i fatti, li rende volatili, meno solidi, continuamente relativizzati e superati. Avviene che, nella civiltà della comunicazione digitale full immersion, il racconto dei fatti è più importante dei fatti stessi. Avviene anche che le reazioni personali prodotte dai fatti siano più interessanti e reali dei fatti stessi. Avviene che siano più importanti le paure che viviamo rispetto ai casi e ai problemi del Coronavirus.

 

La paura come motore

Nel mondo, come nella mia Parrocchia, c’è un fitto intreccio di notizie e di sentimenti che hanno come dinamismo interno la paura. Ciascuno di noi ha sperimentato nella vita momenti di paura; è un’esperienza preziosa perché rapidamente sintonizza le risorse e attiva le reazioni per il superamento. A livello sociale, come nel caso del Coronavirus, avviene qualcosa di analogo: la paura crea una rapida reazione e determina convergenti decisioni personali e collettive, politiche, mediche, economiche e anche religiose. Fin qui tutto bene. Una corretta percezione della paura e la rapida reazione all’emergenza sono indici di buona salute. Oggi, però, la nostra società è continuamente stimolata da fatti/sentimenti di paura: non solo il Coronavirus, ma paura per cambiamenti climatici, per il terrorismo, gli immigrati, il default economico. La paura da stimolo di vita sta diventando una patologia. Quando l’organismo personale o sociale è troppo spesso e troppo a lungo sollecitato dalla paura, perde il suo naturale benessere e non si sviluppa, perché deve investire le sue risorse sempre più per reagire all’emergenza e sempre meno per la sua crescita organica. L’emergenza Coronavirus è un test di come funziona la “macchina” del mondo: mostra quanto la paura sia capace di mobilitare molti individui e le masse, amalgamandole e solidarizzandole in una unità ed azione comune poco prima impensabili. Gli operatori della comunicazione, che sanno bene che la paura fa audience e raccoglie più link e più “mi piace”, hanno smesso in gran parte di raccontare e di parlare di “cose buone”, di fatti di speranza, di progetti. La paura tira di più. I poteri economici e i politici sanno che è più facile vendere e governare con argomenti di paura che non con valori, progetti, speranze. Pare che sia finita, oggi, la possibilità e la capacità di aggregare un mondo di persone intorno a un’utopia, una speranza, come lo erano “il sole dell’avvenire” socialista, la “nuova frontiera” di Kennedy, il sogno (I have a dream) di Martin Luther King ecc. Anche Greta Thunberg ha aggregato masse enormi non su una speranza, ma sulla paura del disastro ecologico. L’allarme annunciato dagli scienziati non aveva provocato grandi sussulti nel pianeta; lanciato da una ragazzina con gli occhi spauriti e aggressivi, abilmente servita dalla comunicazione, ha fatto muovere ondate collettive di paura. Anche il fenomeno nostrano delle sardine ha riempito le piazze d’Italia non per un’idea, per un progetto, ma per la paura dell’affermazione di politiche giudicate disastrose. La paura come coesivo sociale, però… Ho ascoltato Alessandro Baricco dialogare con Riccardo Luna e affermare che “oggi la società moderna coltiva il game, il gioco di uno stato di emergenza cronica, perché ha capito che le cose funzionano al meglio solo sotto la spinta della paura. Le democrazie nella normalità si deteriorano, mentre funzionano nell’emergenza”. Nel passato erano le guerre ad amalgamare un popolo. Oggi sono le emergenze e le paure a resettare tutto, a ricompattare la gente e la società, a ridare slancio a progetti di ripresa: “ce la faremo”, “andrà tutto bene” sono gli slogans dell’emergenza Coronavirus. Verba volant, i valori volano, la paura trascina. Per l’emergenza, noi oggi obbediamo con religiosa fiducia e attuiamo con scrupolosa precisione tutte le decisioni emanate dal Presidente del Consiglio e dagli stessi politici che fino a ieri magari giudicavamo incapaci o disprezzavamo. Per la paura, siamo diventati tutti (o quasi) più responsabili e solidali, perfino con forme di controllo reciproco; noi, che fino a ieri, e forse anche oggi, disobbediamo alle più elementari norme di responsabilità, facendo i furbetti. Certo, c’è da rallegrarsi per il senso di responsabilità e di coesione sociale ritrovato durante la paura del Coronavirus. Vengono però alla mente le parole di Don Orione, scritte su un giornale di Tortona all’indomani dell’esplosione del malcontento popolare per l’emergenza della guerra e della fame, ai primi di maggio del 1917 e “degenerato in un movimento insurrezionale con tristi episodi di saccheggi e di devastazione”. Denunciando l’insufficienza dell’ordine ottenuto con la coercizione e con la paura, concludeva: “Non si facciano illusioni le autorità. Con la mitragliatrice all’imboccatura delle strade si trattiene un popolo per qualche ora, ma non si ricostruisce la società”.

 

Ci vuole la speranza

Anche oggi, non facciamoci illusioni dei risultati ottenuti con la paura e spinti dall’emergenza del Coronavirus: certamente sono coinvolgenti, ma temporanei. La responsabilità civile e morale, la giustizia, la fraternità, l’amore al prossimo hanno bisogno di tempo e di speranza per essere coltivati e per portare frutti. E non basta una speranza qualsiasi, un obiettivo prossimo, per mettere in moto le nostre energie, per investire i nostri talenti. La paura conserva, ma solo la speranza sviluppa. Dove porre la speranza, unica fonte di energia inesauribile, alternativa alla pur preziosa ma temporanea energia proveniente dalla paura? Abbiamo bisogno di una speranza eterna. “Con Cristo tutto si eleva - è ancora Don Orione a scrivere - tutto si nobilita: famiglia, amore di patria, ingegno, arti, scienze, industrie, progresso organizzazione sociale. Senza Cristo, tutto si abbassa, tutto si offusca, tutto si spezza: il lavoro, la civiltà, la libertà, la grandezza, la gloria del passato, tutto va distrutto, tutto muore”. Lo scienziato e teologo Teilhard de Chardin ha osservato che “Nessun uomo alza anche solo il mignolo per la più infima opera se non è mosso dalla convinzione, più o meno oscura, che egli lavora in parte infinitesimale (e in modo almeno indiretto) all’edificazione di un qualcosa di definitivo… Per mettere in moto la fragile libertà che ci hai dato, Signore, ci vuole nientemeno che l’attrazione di ciò che si chiama l’Assoluto, nientemeno che Te stesso”.

Don Flavio Peloso

Editoriale tratto dalla rivista mensile “Don Orione Oggi” della Piccola Opera della Divina Provvidenza”