LA TESTIMONIANZA DEL VIGILE CARLO RUSSO A CASA DOPO 68 GIORNI DI RICOVERO PER COVID 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   03/06/2020 00:00:11 

 

E’ stato dimesso giovedì 21 maggio

 

“Era il 14 marzo quando, finalmente, un’ambulanza mi ha prelevato dalla mia abitazione e mi ha portato in Alessandria”. Così inizia il suo racconto Carlo Russo, l’agente della polizia municipale tortonese che è ritornato a casa, dalla moglie e dal figlio, giovedì scorso 21 maggio. Perché dici finalmente? “Perchè era già da circa una settimana che avevo la febbre. Prima poche linee, curata via telefono dal mio bravo medico di famiglia con le solite medicine, tanta tosse, un filo di voce e fiato corto. Poi più alta, fino a 40, ed allora mi sono stati prescritti gli antibiotici e la tachipirina, ma tutto inutile: scendeva di qualche grado, e niente più. Ed allora il medico mi ha diagnosticato il Covid-19 e mi ha detto: ti faccio ricoverare. Ma non è stato facile, ci sono volute molte telefonate del medico, ed anche una mia al numero che mi è stato dato. Mi hanno fatto un screening e mi hanno detto che mi avrebbero fatto sapere. Fortunatamente il giorno dopo il mio medico mi ha annunciato che mi sarebbero venuti a prendere nel pomeriggio. Arrivo in Alessandria, c’è la fila delle ambulanze, rimango per quasi mezza giornata seduto su una sedia, con febbre sempre alta, poi mi mettono su un lettino, mi fanno il tampone. Il giorno dopo ufficializzano la prognosi: positivo al Sars Covid-19 e mi trasferiscono ad Omegna, già con mascherina e bombola al seguito. Arrivo ad Omegna e cerco di fare qualche passo: ma non ce la faccio, sono debole e mi manca il fiato, anche se ho la bombola. Mi ricoverano e mi mettono il casco per respirare, e poi, per 12 giorni non so più nulla: mi intubano e rimango senza conoscenza. Ma devo dire che medici ed infermieri dell’ospedale di Omegna sono stati bravissimi, gentilissimi e carissimi: quando mi sono risvegliato ed ho sentito il loro applauso di gioia per questo, mi hanno poi raccontato: ero a pancia in giù, intubato, e ogni tanto mi muovevano gli arti, una specie di ginnastica. Poi quando mi sono svegliato mi hanno fatto un grande applauso, tutti erano felici e mi hanno trasferito in terapia intensiva, stubato, ed allora potevo parlare un poco, e mi sono stati vicini tutti: mi temevano la mano, mi facevano compagnia, anche perchè per 5 o 6 giorni non ho praticamente dormito. Avevo paura di morire soffocato e loro a dirmi “Carlo dormi, ci siamo qui noi”. E così piano piano,  con una massa muscolare persa per il 40% con qualche decina di chili lasciati in ospedale mi sono ripreso. Un’altra cosa brutta è l’isolamento, l’impossibilità di vedere i tuoi cari; pensa che per molti giorni sognavo di vedere mia moglie seduta su una panchina fuori dall’ospedale. Poi, per fortuna, dopo il peggio sono venute le telefonate con mia moglie, con mio figlio, insomma anche psicologicamente un aiuto l’ho avuto. Ma, sicuramente, non smetterò mai di ringraziare per l’amabilità, la capacità, la gentilezza e l’umanità tutto il personale dell’ospedale di Omegna. Pensa che quando mi hanno dimesso c’è stato un grande applauso, tutti mi sono venuti a salutare e fuori dalla porta principale era anche il sindaco, e mi hanno anche omaggiato dei dolcetti locali”. E poi il grande arrivo a Tortona. “Anche qui devo ringraziare tutti, i miei colleghi ma anche i vicini, per l’accoglienza ricevuta e tutti i tortonesi che, in questi miei primi giorni di uscite, mi hanno fermato e salutato. Un’accoglienza che non mi aspettavo ma che, confesso, mi ha fatto tanto piacere”. E quando hai saputo di Gastaldo? “Ho pianto, tanto, anche se i miei colleghi me lo hanno detto dopo qualche giorno, perchè all’epoca ero ancora molto debole”. Ed i tuoi come l’hanno vissuta questa vicenda: “Eh, pensa che mia moglie ha dovuto penare per avere il tampone, meglio non parlarne”. La conversazione si chiude qui: che questo ennesimo esempio di cosa può accadere a chi si ammala sia da monito per tutti: con il Covid non si scherza e anche se si guarisce si vivono settimane di vero inferno.

 

Nelle foto: Carlo Russo abbracciato dalla moglie e dal figlio al rientro a casa; Carlo Russo ripreso nella sua prima camminata dopo la terapia intensiva in ospedale ad Omegna 

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