INTERVISTA AL PRESIDENTE CONFARTIGIANATO TORTONA ANDREA CAVALLI - PER GLI ARTIGIANI STATA DURA E LE PREVISIONI NON SONO POSITIVE 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   29/07/2020 00:00:13 

 

Da ormai oltre un mese tutte le realtà economiche hanno ripreso il lavoro, dopo la chiusura imposta dal governo per motivi sanitari. Ne abbiamo parlato con il presidente di Confartigianato Imprese della zona di Tortona, Andrea Cavalli.

 

Innanzitutto: la riapertura è stata totale o ci sono artigiani che non hanno più riaperto? Bella domanda, non è attualmente disponibile una analisi aggregata di zona che permetta di rispondere con dati certi, soprattutto se riferiti al singolo comparto delle imprese artigiane tortonesi, parte delle quali da noi rappresentate; Le posso tuttavia dire che non ci risultano essere state delle chiusure o mancate aperture delle rispettive attività dopo il lock down Covid tra nostri associati, che hanno ripreso il lavoro, pur tra mille difficoltà, molti dei quali sicuramente spinti dalla forza della sopravvivenza, più che a seguito di una effettiva analisi di convenienza: chiudere la propria attività senza sopportarne le conseguenze economiche, rappresenta comunque un “lusso” che non tutte le imprese possono permettersi e riaprire purtroppo non significa essere in grado di sostenere a lungo una situazione caratterizzata per la maggior parte da una rilevante perdita di ricavi, che difficilmente potrà essere assorbita nel breve termine, in assenza di interventi normativi volti a ridurre drasticamente l’incidenza di tutti gli oneri di gestione, a partire dal carico fiscale e contributivo. 

 

Avete avuto modo di quantificare il danno complessivo che la realtà artigianale del Tortonese ha subìto in questi mesi di chiusura? Non disponiamo di cifre certe, dato che il comparto artigiano annovera centinaia di attività diverse - le piccole imprese fino a 15 addetti, compresi i liberi professionisti titolari di partita IVA aventi sede legale nella sola città di Tortona, risultavano essere 2.349 ad inizio anno corrente, di queste 1.755 micro fino a 3 addetti, di cui circa un terzo rappresentate da imprese artigiane - ma sicuramente il danno conseguente in termini di mancati ricavi è attualmente stimabile in parecchi milioni di euro; ripeto, il danno conseguente alla sospensione della quasi totalità delle attività imprenditoriali disposto dai vari decreti governativi succedutisi nei primi cinque mesi dell’anno, non è semplicemente riconducibile ai mancati incassi e fatturati del periodo, ma si sta drammaticamente protraendo nel tempo, con effetti devastanti su tutto il nostro sistema economico locale, di portata non quantificabile, a mio avviso destinato purtroppo ad acuirsi nell’ultimo trimestre dell’anno in corso. 

 

Quali sono le realtà artigianali che hanno subìto più danni? Posso risponderle solo citando alcuni dati statistici raccolti in occasione della Indagine congiunturale che effettuiamo trimestralmente come Federazione regionale piemontese, basato su dati raccolti mediante interviste effettuate su di un campione di 817 imprese artigiane piemontesi appartenenti a 18 diversi settori merceologici, da cui emerge che: l’8,7% del campione stima di non avere avuto alcuna riduzione del volume d’affari; il 3,80% dichiara una percentuale inferiore al 10%; il 37,19% stima una diminuzione tra il 10 ed il 30%; il 33,21% un calo tra il 30 ed il 50%; il 17% una riduzione tra il 50 e l’80%. Tra coloro che hanno dichiarato una riduzione della produzione, il 18,98% la stima tra lo 0 ed il 10%; il 40,80% tra il 10 ed il 30%; il 30,17% tra il 30 ed il 60%; il 9,11% oltre il 60%; lo 0,95% denuncia una perdita della produzione del 100%. Preciso che i settori merceologici maggiormente rappresentativi del comparto artigiano a livello regionale, proporzionalmente confermati anche a livello locale, sono in ordine decrescente l’edilizia con 49.828 imprese, la metalmeccanica-impiantistica-autoriparazione con 24.459 imprese, l’acconciatura-estetica con 12.449 imprese, l’alimentare artigiano con 4.230 imprese ed infine l’autotrasporto con 4.180 imprese. Personalmente ho chiuso l’attività per due mesi e alla riapertura non ho più avuto le commesse tipiche del periodo riguardanti il mio settore; tutto ciò mi preoccupa per la redditività della mia impresa.

 

Ed ora guardiamo al futuro: roseo, grigio, nero?

In questo momento mi verrebbe da rispondere “la terza opzione”, ma siamo in piena estate e l’Italia è una Repubblica “balneare”, per cui, mentre l’atmosfera post picco emergenziale è più rilassata, noi imprenditori cerchiamo di lavorare e prepararci ad un autunno che sicuramente sarà “caldo” dal punto di vista politico ed “agitato” dal punto di vista sociale; penso che dovremo come sempre cercare di cavarcela da soli, senza nutrire troppe speranze in aiuti immediati ed efficaci da parte del Governo e dell’Europa. Ci sarà una forte selezione da cui solo le aziende più flessibili e meno indebitate potranno uscirne, potendo magari beneficiare di un incremento dei clienti conseguente alla chiusura di molti loro competitors, non certo a seguito di una generale ripresa dell’economia.

 

Quali settori pensano di risentire maggiormente della crisi che tutti si attendono?

Sempre a livello locale, ma i dati nazionali non cambiano, sicuramente l’edilizia ed indotto (impiantistica, serramentisti, ecc.), ancora pressoché ferma, in attesa che il Governo dipani la matassa dei molti decreti attuativi mancanti in materia di detrazione fiscale 110% ecobonus-sismabonus e correlati, sconto in fattura / cessione del credito, di cui agli artt. 119 - 122 del DL 34 “Rilancio”, recentemente convertito in legge. Segue il comparto autotrasporto in cui le piccole imprese artigiane stanno ormai scomparendo, schiacciate dalla concorrenza e dall’insostenibile compressione dei costi chilometrici a loro riconosciuti dai grandi committenti. Anche il comparto automotive non se la passa bene a causa della forte contrazione del mercato di riferimento, unito alla scarsa disponibilità finanziaria delle famiglie. Pur non rientrando nel comparto artigiano, anche i settori del turismo e della ristorazione stanno subendo pesanti contraccolpi e lì sicuramente tante aziende non hanno riaperto o saranno costrette a chiudere entro fine anno. Non da ultimo, la preoccupante situazione che sta da anni vivendo il piccolo commercio al dettaglio, soprattutto no-food, rischia di farlo scomparire letteralmente dai nostri centri storici e dal nostro territorio, amplificata dall’emergenza sanitaria, che ha determinato una ulteriore contrazione del mercato di riferimento, sempre più orientato all’ecommerce.

 

Conseguenze dal punto di vista del livello occupazionale?

Le posso rispondere sempre citando i dati riportati nel nostro osservatorio regionale: le previsioni di aumenti occupazionali scendono dal 19,78% al 2,85%; le stime di diminuzioni salgono dal 10,76% al 34,72%. Il saldo diventa fortemente negativo, precipitando dal 9,02% al -31,87%. L’andamento tendenziale è questo, non possiamo nascondercelo; anche un probabile intervento del Governo volto a procrastinare ulteriormente fino a fine anno le coperture degli ammortizzatori sociali, concedendo ulteriori settimane di cassa integrazione, con corrispondente blocco dei licenziamenti, non sarà risolutivo, ma sposterà semplicemente in avanti il problema, in assenza di riforme strutturali immediate ed efficaci, a partire da quella fiscale, tanto sbandierata, quanto drammaticamente ferma ad un impianto normativo risalente a cinquant’anni orsono.