L’ABBATE TORTONESE AMBROGIO GATTI E I SUOI RAPPORTI CON ROSMINI E TOMMASEO 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   13/01/2021 00:00:01 

 

Pubblichiamo un articolo di Don Domenico Sparpaglione, apparso sul Popolo di Tortona il 18 giugno 1959. Don Sparpaglione tratteggia la figura di un tortonese illustre, Don Ambrogio Gatti, filosofo e letterato, nato nel 1814 e morto nel 1895. Nella sua lunga vita ricoprì molti incarichi legati all’insegnamento: Provveditore agli Studi di Torino, Cremona, Como e Lucca fu anche il primo Preside del Convitto Nazionale di Torino istituito dal Re Carlo Alberto nel 1848. Negli ultimi anni di vita si ritirò a Tortona, nella casa di famiglia sulle pendici del Castello nel tratto che si affaccia sul Santuario della Madonna della Guardia. Nella sua modesta dimora l’abate concelebrava la messa con due giovani che segneranno la storia della nostra città: Luigi Orione e Lorenzo Perosi. Ebbe rapporti con molti personaggi del suo tempo tra i quali Giovanni Bosco, Nicolò Tommaseo ed Antonio Rosmini. Una lapide posta sulla casa lo ricorda. Nella stessa abitazione vive ora il Dr. Giancarlo Perla, ultimo erede della famiglia, che da mesi è impegnato a risollevare il destino del nostro ospedale. Ci uniamo al desiderio espresso da Don Sparpaglione di intestare una via cittadina all’Abbate Ambrogio Gatti per tramandarne il ricordo.

 

Sullo scorcio del secolo passato il Castello di Tortona presentava un aspetto poco diverso da quello che gli rimase dopo la distruzione ordinata dal generale Bonaparte: ai margini della città, tra la stazione e il duomo, era ancora visibile il profondo fossato di cinta. Il rivo avvolgeva un po’ dovunque i vecchi ruderi e forniva more in abbondanza ai monelli che sul colle glorioso scorrazzavano per tante ore del giorno e della notte estiva, mentre d’inverno slittavano vertiginosamente sulle sue pendici nevose. Era un lembo di natura grezza e selvaggia che faceva da avamposto ai campi e ai vigneti della meravigliosa collina protesa sul piano dai contrafforti appenninici. Di ville ne esistevano poche e lo stacco dalla città era senza sfumature. Una di queste sorgeva a mezza costa di fianco alla strada di Vho, poco più in su dell’attuale istituto San Giuseppe ed ospitava un illustre personaggio del mondo culturale, l’Abbate Ambrogio Gatti, ritiratosi dalla vita attiva per trascorrere in solitudine i suoi ultimi anni. Forniva un soggiorno davvero riposante questa villa. Ombreggiata da un piccolo parco e circondata di vigne e di frutteti che svariavano verso i prati di San Bernardino o si appoggiavano a oriente al baluardo del Castello. Là, alla Villa Sant’Ambrogio, salivano spesso nella stagione autunnale due giovanetti, a servir messa all’Abbate, che poi metteva a loro disposizione gli alberi da frutta e la vigna carica di uve pregiate. Uno, vivacissimo, era Renzo Perosi, l’altro, già vestito da chierico e più raccolto, Luigi Orione. La Provvidenza li aveva uniti fin dai primi anni in un destino luminoso che per vie distinte ma consentanee doveva portarli all’affermazione della Fede per mezzo dell’Arte della Carità. Una lapide ricorda queste lontane vicende. Essa dice: “Alla villina Sant’Ambrogio giovinetti salivano Luigi Orione e Lorenzo Perosi per assistere nel Sacrificio Divino D. Ambrogio Gatti filosofo e letterato ad Antonio Rosmini e Nicolò Tommasio carissimo. Nel giorno di S. Luigi dell’anno 1941 questo devoto ricordo”. Provatevi a noverare le lapidi di Tortona. La parte del leone spetta a Perosi. Ce n’è una persino nella cascina di Ansaldi e rievoca l’episodio del primo ritorno nel 1931.

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A questo punto la nostra curiosità è stuzzicata. Ci preme conoscere il personaggio insigne a cui i due giovani avventurati rendevano l’omaggio del loro filiale affetto. E ci soccorrono la libertà e lo spirito umanistico dei suoi due pronipoti, il compianto pubblicista Mario Gatti, raccoglitore con il fratello delle sue memorie e il Comm. Prof. Ambrogio Gatti fondatore della Previdenza Sociale in Italia e Direttore prima classe del relativo Istituto Nazionale. Sono ricordi che non devono assolutamente perire nel momento attuale poco proclive, si direbbe, a intendere le voci del passato; affinché i posteri non siano defraudati del diritto e della possibilità di coltivare la storia maestra di vita. L’Abbate Commendatore Mauriziano Prof. Don Ambrogio Gatti è una figura eminente nel campo dell’educazione della gioventù in un’epoca nella quale l’influsso di don Bosco e dell’Abbate Rosmini imprimevano alla pedagogia una svolta decisiva verso il metodo preventivo che oggi ancora rappresenta quanto di meglio e di efficace si può desiderare, anche se nuove formule si vanno sostituendo alle antiche. Ma il nerbo, la sostanza della vera educazione è comprensibile nel principio evangelico “Amare i giovani” tanto caro a don Orione che si formò e si confermò in esso alla scuola di così degni maestri. Don Ambrogio Gatti era nato a Garbagna nella dimora avita dell’Avv. Francesco nel 1814. Quella casa portava il motto: “Morituro satis” che scolpisce un programma di semplicità, di sobrietà, di vita ispirata ai dettami della Fede. Dopo aver frequentato i primi corsi nel seminario di Tortona si laureò con lode a Torino e poté iniziare l’apostolato tra i giovani che già da allora costituiva il suo più grande ideale. Fu prima insegnante a Bobbio e in altre città dell’“Antico Piemonte”. Poi nominato preside del convitto di Tortona, si adoperò alla formazione del Collegio di Vercelli. Nello svolgimento della sua alta missione tanto si distinse da meritare successivamente incarichi di particolare fiducia. Fu Provveditore agli studi a Torino e fondatore del Collegio nazionale; per cui nel 1859 gli venne conferita la Commenda dei santi Maurizio e Lazzaro. L’epoca risorgimentale, vibrante di tante passioni, si presentava dura e difficile per un educatore sensibile agli ardui problemi religiosi, civili, politici del momento, da risolvere sul piano pratico. Il prof. Don Gatti, formatosi alla filosofia e agli esempi sublimi di Antonio Rosmini, sapeva dirigere i giovani appellandosi al proprio carattere specifico di sacerdote. Costituitosi il nuovo Regno d’Italia, egli fu Provveditore agli Studi a Cremona, a Porto Maurizio, a Como, a Lucca, conservando sempre un amore di predilezione per la sua città. Molte istituzioni culturali lo ebbero tra i loro Membri. Dopo il 1872 la salute non lo reggeva più, ed egli si ritirò a vita privata. Morì a Tortona il 1° Agosto 1895. All’attività di educatore abbinava quella di scrittore di buona penna, di fine intendimento, di vasta cultura. Con dei saggi su diverse riviste volgarizzò il pensiero filosofico del suo Maestro, del quale fu seguace zelantissimo, mantenendo sempre ottimi rapporti coi religiosi dell’Istituto della Carità. Rimane di lui, fra l’altro, un commento del «Nuovo Saggio».

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E’ probabile che più di una lettera del Rosmini sia stata scritta al fedele discepolo. Una almeno possiamo conoscerla perchè fu pubblicata nell’Epistolario completo del Roveretano colla data: «Stresa 14 dicembre 1852». Rimango in dubbio che il testo autografo di questa lettera sia stato donato dal fratello del Comm. Gatti a don Orione, com’egli asserisce. Propendo a credere che si tratti di qualche pubblicazione inerente all’Istituto di Carità o all’educazione dei giovani. Don Gatti, in data 24 novembre 1852, sollecitava dal Rosmini un consiglio circa il metodo d’educazione da seguire nel Convitto di Tortona “il quale conta in questo suo terzo anno di vita 104 alunni». Temeva di non possedere sufficiente tatto per guidare quelle giovani menti, facile preda di sufismi e di angherie intellettuali. «Mi parli Ella, ne la supplico, con quella autorità che le dà l’essermi Maestro, l’avermi conferito il massimo dei beneficii, ispirandomi colle sue opere immortali, quell’amore di verità che desidero guida a tutte le mie operazioni (...) Ella ben sa come in questi tempi dappertutto si voglia introdurre la politica, lo spirito di parte, il giornalismo e che so io. A me parrebbe che cogli alunni si abbia a tacere su tutto ciò e che dobbiamo essere unicamente intenti a svolgere in essi l’attitudine a formarsi un’opinione ragionata mediante quello spirito retto che abbraccia poi la verità comunque gli si presenti: e che perciò sia un male il permettere che venga preoccupato il loro giudizio colle opinioni oggidì numericamente prevalenti». Da questa lettera si rileva che don Gatti fu ospite del Rosmini a Stresa per brevi giorni, probabilmente nell’estate di quello stesso anno. Possiamo anche desumere che almeno da allora dati la sua personale conoscenza col Manzoni e con Bonghi, mentre certo anteriore era quella col Tommaseo. La risposta del Rosmini contiene alcune massime d’alto interesse. I veri credenti spaziano, direi per istinto, nelle più alte sfere della spiritualità. Dice: «Io quello non posso che confermarla nel suo avviso circa la massima di tener lontana la gioventù a lei affidata dai partiti e dalle discussioni politiche, ed occuparsi con tutto l’impegno a formare in essa un retto criterio, e mantenerle l’animo libero dalle pervenzioni (...) inculcare per tempo la diffidenza del proprio giudizio, e la deferenza e il rispetto all’autorità, prima della Chiesa e poi degli uomini gravi e virtuosi; (...) mostrare la bellezza della verità, e quanto siamo obbligati a vigilare sopra noi stessi per non offenderla con giudizi frettolosi. (...) A sostegno di tutto questo, come di ogni altro bene, conviene trovare la via di suscitare nel fanciullo un gran sentimento religioso: la forza dell’uomo sta nel sentimento. Se si arriva a insinuare nel giovane un’altissima stima delle cose divine, una persuasione che ad esse niun’altra cosa sia comparabile, nè per grandezza, nè per utilità, se si arriva a infondergli una cognizione di Dio, un timore e un amore di questo primo e massimo essere e di Gesù Cristo e dei suoi benefizi e delle sue promesse, se si arriva a questo, le fondamenta della buona riuscita son poste, e queste solide fondamenta gittate in anime ancora pure difficilmente saranno smosse dalle secolari tempeste». Più tardi gli spedì in dono (forse dopo questa lettera del ‘52 che gliene chiedeva copia per un sacerdote diocesano) le «Regulae Societatis a Charitate nuncupatae». In tema di relazioni col Rosmini il padre Pusinerici comunica che furono reperite casualmente altre due lettere, del 1888, anno cruciale per la causa rosminiana, poichè coincide con la condanna delle Quaranta Proposizioni. La prima è di don Gatti e don Francesco Paoli, da Tortona il 27 marzo 1888: «Me ne porge triste motivo la notizia avuta la scorsa settimana della condanna delle 40 proposizioni». Ne è sconvolto, sconcertato. Vive ore di vera costernazione e non manca di esprimersi con vibrante energia: «E’ superfluo il dirlo: la persona di Rosmini è intangibile e intangibili le sue intenzioni (...) Nelle circostanze in cui mi trovo io mi propongo di tacere assolutamente (...) Mi scriva, di grazia, qualche cosa, perchè mi sento costituito in vero tempo di passione». La risposta di padre Paoli ribadisce l’insegnamento del pio e santo Fondatore, quello che gli fiorì dal cuore alle labbra sul letto di morte, presente Alessandro Manzoni «Adorare, tacere, godere».: «Il cristiano - scrive padre Paoli - è per la virtù di Dio fatto capace di un sublime piacere e di una santa spirituale letizia anche in mezzo ai più forti dolori e sotto la pressione delle più grandi umiliazioni. Basta guardare i Martiri e i gran Santi della Chiesa. Diciamo anche noi col Venerabile nostro Padre Fondatore «Bonum est praestolari cum silentio salutare Dei», e udiamolo dirci anche in questa circostanza, come soleva vivendo: «In silentio et in spe erit fortitudo vestra». Lo conforta tuttavia: «Nissuna delle proposizioni è riprovata con nissuna censura di ereticale, di sospetta, di pericolosa». E, pur lasciandosi sfuggire qualche osservazione un po’ tagliente, conchiude esprimendo la speranza che al tempo della passione succeda quello della glorificazione. Attraverso il Rosmini don Gatti ebbe modo di entrare in relazione con altri illustri pensatori dell’Ottocento. Del Manzoni possedeva una lettera autografa, purtroppo smarrita. Nei «Colloquii» del Tommaseo, pubblicati postumi, figura un Abbate Gatti che in un primo momento ci diede la gioia di un incontro inatteso e gradito; ma non si tratta del Nostro, bensì di un altro rosminiano, il canonico don Giuseppe Gatti di Casale Monferrato. Ad ogni modo nell’estate del 1852 anch’egli potrebbe aver partecipato alle conversazioni manzoniane di Stresa. Tra i suoi amici ed estimatori sono da ricordare Ruggero Bonghi, Raffaello Lambruschini, il Fornaciari, e un educatore toscano molto stimato allora, Pietro Pacini di Lucca del quale don Gatti tracciò, in morte, un pregevole profilo, stampato in «Patria e Famiglia» con una prefazione di Niccolò Tommaseo. La sua amicizia con quest’ultimo è documentata da 35 lettere dello scrittore dalmata a lui dirette tra il 1869 e il 1873. Si conoscevano però da molto tempo prima e don Gatti aveva addirittura collaborato alla composizione del «Dizionario dei Sinonimi» nell’edizione fiorentina. Sono lettere che hanno per oggetto costante se non unico l’educazione di suo figlio Girolamo alunno del Liceo di Lucca presieduto da don Gatti. Per intenderne il valore occorre richiamarsi ai dati essenziali della sua vita. Nato a Sebenico (Dalmazia), il 9 ottobre 1802, egli a 15 anni conobbe il Rosmini a Padova e ne divenne un caldo ammiratore. Il primo incontro tra il Rosmini e Manzoni potè verificarsi tramite il Tommaseo. A Roma nel 1847 parlò con Pio IX. Per le sue idee politiche d’indipendenza soffrì il carcere austriaco a Venezia, ma fu liberato dal popolo insieme a Daniele Manin del quale non approvava nè l’idea unitaria, nè il principio della sollevazione, limitandosi a chiedere le riforme. Nell’ora della lotta però fece sua la causa degli insorti e difese la città con tale purezza d’intenti che il Manzoni lo definì un «diamante». Caduta Venezia egli andò esule a Corfù, dove nel 1851 sposò una vedova, Diamante Artale, da cui ebbe due figli: Caterina, divenuta poi suor Maria Chiara, morta nel 1911, e Girolamo nato nel 1833 e morto nel 1899. Terminato l’esilio nel 1854, passò a Torino e nel 1859 si stabilì a Firenze dove, ridotto alla cecità quasi completa, chiuse la sua esistenza il 1° maggio 1874. Era costretto a dettare le sue lettere. Quelle da lui indirizzate a don Gatti non sono tutte autografe. Sono però quasi sempre delle stesse mani, forse della figlia Caterina e della moglie morta nel 1873. Repubblicano e federalista era avversario irriducibile del Cavour e della sua politica unitaria. Per questo rifiutò anche il seggio al senato che gli veniva offerto in considerazione dei suoi meriti letterari e patriottici, e mantenne atteggiamenti scontrosi e diffidenti verso il nuovo governo d’Italia, come abbondantemente rivelano anche queste lettere, nella frequenza delle parole amare e pungenti. In altra sede e con maggior spazio a disposizione se ne potrebbe esaminare il contenuto. Risulta da esse che Girolamo non è un portento di buona volontà, nè un’aquila d’ingegno, soffre per male agli occhi ed è piuttosto cagionevole di salute. Il papà, così irsuto contro gli avversari e qualche volta aspro con gli stessi amici, è di una tenerezza commovente nei confronti del figlio, ma non al punto da ledere i diritti dell’imparzialità e della sana pedagogia. Ci sono delle allusioni politiche interessanti per la loro icastica incisività. E non va trascurato l’elemento letterario. Eccone qualche saggio significativo. I professori «lo armino agli esami il meglio possibile» (una volta l’esame si chiamava «periculum»). Quanto alle remore e alle lungaggini burocratiche, ce n’erano più di oggi. Infatti: «Orecchi di mercante è proverbio che va mutato in orecchi di governante; e tutti governano fuori che il Governo». A un certo punto prende appassionatamente la difesa dei sacerdoti: «...Condolgo ai suoi nuovi dolori. E poi gridano che i sacerdoti non hanno affetti domestici, nè viscere da saper educare. Come se abbondassero i laici da tanto; come se padri e madri avessero tutti dal nome loro ispirazioni al cuore e alla mente, e ubbidissero a quelle che hanno; come se certi persecutori del sacerdozio più ancora per vigliaccheria e cupidigia che per pregiudizio ignorante, non confutassero e non schernissero sè medesimi col commettere i proprii figliuoli all’ammaestramento di preti e di frati». Non rivelano un orizzonte politico e letterario molto vasto, ma non sono nè fredde, nè di maniera; sono anzi indice di un affetto e di una stima che, venendo da un uomo come Tommaseo, rendono in luce di simpatia la figura dell’educatore tortonese e confermano in pieno lo stile dello scrittore dalmata. Nel Settembre 1914 il Pronipote Comm. Prof. Ambrogio Gatti, fondatore della Previdenza Sociale e collaboratore della Iulia Dertona, in un articolo si riprometteva di pubblicare il «Carteggio inedito» secondando il magnifico sogno di resurrezioni tortonesi al quale dedicava la sua passione il Colonnello Aristide Arzano. Rimase l’idea allo stato intenzionale. Potrà divenire realtà sotto la moderna dinamica del successore di Arzanoi, il Generale Dott. Edmondo Zavattari, che al culto della storia e dell’arte tortonese ha già offerto tante preziose energie e il fascino del suo entusiasmo fattivo. Basta pensare alla celebrazione del centenario dell’Assedio (1955) e ai «ritorni» perosiani. La presunzione modernistica vorrebbe seppellire i ricordi del passato. Chi non rispetta le memorie non è un dinamico. E’ un aberrante. Vorrei affidare una proposta all’Amministrazione Municipale: nel rivedere la toponomastica cittadina non dimentichi l’educatore Ambrogio Gatti che trasmise a tante generazioni la stessa fiamma di Fede e di Amore accesa nel suo spirito dal contatto coi Grandi dell’Ottocento Italiano.

D. Sparpaglione

(Da “Il Popolo” n. 25

18 giugno 1959)