NEI “CIABOT” UN PEZZO DI STORIA TORTONESE 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   13/10/2021 00:00:05 

 

Girando per le strade campestri della nostra collina, tra paesaggi inediti e ricchi di fascino, capita non raramente di vedere vecchie capanne in legno o in muratura, costruite originariamente come ricovero attrezzi, o per riporvi temporaneamente prodotti agricoli raccolti nella giornata, gradatamente cambiare ‘destinazione d’uso’. Prima sono sede di qualche merenda campagnola, in un ambiente rustico e spartano. Poi sul tetto comincia a spuntarvi un comignolo od una antenna televisiva, poi - chissà come - arriva l’allacciamento all’energia elettrica ed all’acquedotto (e magari anche al gas). Ovviamente le pareti, se erano in legno, sono diventate di solida muratura. Insomma, quasi una residenza di campagna con tutti i comfort che può offrire una abitazione moderna. Ben diverso di quanto andava raccomandando il non dimenticato generale Edmondo Zavattari, l’infaticabile rifondatore e presidente della Iulia Dertona per circa otto lustri. Egli, in occasione degli annuali e festosi raduni dei tortonesi residenti a Milano, a Torino ed a Genova (ed una volta anche a Roma) raccomandava caldamente ai concittadini emigrati colà di mantenere saldi i legami con la propria terra d’origine almeno attraverso un ‘ciabot’ sulle colline del Castello, dove respirare l’aria di casa e godere dei frutti che la nostra terra così generosamente offre. E pensare che queste costruzioni posticce e precarie in passato diedero seri problemi a chi doveva occuparsi di ordine pubblico. Si cominciò ai tempi di Maino della Spinetta ai primi dell’800. Il famoso ed inafferrabile bandito trovava sicura ospitalità proprio in questi rifugi, riuscendo sempre a sfuggire alle affannose ricerche della gendarmeria francese. Per questo venne dato ordine ai proprietari di capanne, soprattutto nella nostra pianura, di distruggerle, altrimenti sarebbero state atterrate d’ufficio addebitando i relativi costi ai proprietari inadempienti. Passano gli anni, passa Maino, vittima della spietata vendetta francese, e si ritorna con la Restaurazione ai Savoia. Ma il problema delle capanne isolate nella campagna rimane. Esse continuano a costituire un rifugio per bande di fuorilegge che infestano le campagne e turbano il quieto vivere nei nostri paesi. Perciò, per impedire il dilagare di questo fenomeno, se ne decide nuovamente la demolizione. Il 26 novembre 1843, attraverso un manifesto a firma del vice sindaco di Tortona, Montemerlo, si informavano i cittadini che dall’autorità superiore venne riconosciuto come le baracche e capanne sparse nelle campagne “ad altro attualmente non servirebbero se non di ricovero ai malviventi”.  Pertanto, in esecuzione dei superiori comandi, si invitavano coloro nei cui poderi - o propri o tenuti in affitto - esisteva qualche capanna o baraccone “a volerne tosto eseguire o far eseguire la relativa distruzione.” Erano esclusi da questa disposizione “le baracche o baracconi costrutti in cotto od in legno, chiusi da ogni parte, con che però vengano muniti con uscio a chiudersi sotto chiave da custodirsi appo di sé dalli rispettivi padroni sotto l’individuale loro responsabilità.” Non sappiamo se tale disposizione avesse arginato questa piaga; sappiamo tuttavia che ancora a metà Ottocento si celebrò a Tortona un processo a carico di una banda che trovava rifugio in quelle sperdute capanne, per poi infestare il territorio di Berzano. Trascorse un lunghissimo intervallo di tempo quando correva la primavera del 1974. Sono gli anni di piombo, gli anni delle Brigate Rosse. Una clamorosa notizia sorprende i tortonesi (e non solo); telegiornali e giornali aprono con una notizia a tutta pagina: scoperta nei pressi di Tortona la prigione del giudice Sossi. Era una casa nella collina del Castello, non lontana da Vho e poco discosta dalla strada provinciale: una casa isolata, in posizione panoramica e anche con qualche moderno comfort; lì il giudice, prigioniero delle Brigate Rosse, aveva trascorso per circa un mese il suo forzato isolamento.

Armando Bergaglio