INTERVISTA AL PRIMARIO DI MEDICINA MARIO DEALESSI 
A cura di Redazione Sette Giorni,  pubblicato il   03/08/2022 00:00:08 

 

Mario Dealessi è da poco più di un anno il primario di medicina del nostro ospedale. Lo abbiamo avvicinato.

 

Dottore, innanzitutto: come è sistemato ora il suo reparto, quanti posti letto dispone, quanti medici? Buongiorno e grazie per l’attenzione dimostrata nei confronti della nostra attività. Attualmente stiamo vivendo le sequele del ben noto periodo pandemico che ha lasciato strascichi non solo in ambito sociale ma anche all’interno del nostro ospedale e, com’è sotto gli occhi di tutti, non possiamo certamente affermare che l’emergenza sia terminata. Attualmente - in conformità con le normative regionali - abbiamo ancora un reparto dedicato ai pazienti Covid; pazienti che non manifestano patologie acute Covid-correlate ma che necessitano di assistenza e di diagnostica internistica ed in aggiunta sono positivi ai test che vengono regolarmente effettuati. Sarà una realtà con cui dovremo convivere ancora per un po' di tempo a causa della diffusività del virus anche se possiamo ragionevolmente pensare che la sua aggressività si sia sensibilmente attenuata. Tale reparto consta di 15 letti di cui attualmente fruibili 8 a causa dell’esiguità del personale infermieristico (annoso problema carenziale che si aggiunge a tutte le altre criticità). Inoltre abbiamo la divisione di Medicina Interna dislocata nella sede originale a piano terra dedicata ai pazienti Covid-free dotata di 29 letti. 

 

Nel 2021 ha dovuto subire la chiusura dell’ospedale trasformato in Covid hospital. Cosa ne pensa di questa scelta regionale? E’ stata una scelta dettata dalla necessità di avere posti letto disponibili in numero adeguato e personale formato grazie all’esperienza del precedente anno. Questa decisione ha permesso ad altri centri di avere disponibilità di ricoveri qualificati anche per malati ad alta intensità di terapia come purtroppo abbiamo verificato nel corso di questi intensissimi mesi. La stessa Città di Torino si è appoggiata a noi quando ha raggiunto un livello di saturazione della propria capienza. E’ innegabile che Tortona è stata penalizzata nei servizi routinari ma la funzione che ha svolto viene riconosciuta a tutt’oggi come di alto profilo ed efficienza.

 

Quando è stato il momento di riaprire, parzialmente, lei ha dato una mano alla ripartenza con il protocollo degli accessi in ospedale. Ne vogliamo parlare? Soddisfatto del risultato ottenuto? E’ stata un’esperienza impegnativa ma che ha dato frutti significativi sia sotto il profilo professionale che umano. Abbiamo creato una rete di collaborazione con il territorio ed i medici di famiglia sono stati di esempio come disponibilità e professionalità. In questo modo siamo riusciti a rendere accessibile il nostro reparto - con il pronto soccorso non ancora riaperto - pianificando accessi ospedalieri grazie al contatto diretto con i medici curanti minimizzando i potenziali disservizi che tale situazione poteva comportare. 

 

Da quando è primario a Tortona è anche il responsabile del pronto soccorso, nel quale lavora una cooperativa. Sappiamo che ci sono stati, e ci sono, molti problemi, alcuni dei quali superati grazie a sue disposizioni. I tortonesi vorrebbero sapere se ci si può fidare del nostro pronto soccorso, anche se con un solo box. Questo è un argomento molto delicato perché stiamo vivendo una criticità che coinvolge tutti i presidi nazionali: la carenza di personale sanitario. Per ovviare a questo problema la direzione si è allineata a disposizioni che stiamo osservando in quasi tutti i reparti di urgenza, ovvero ci si è affidati ad una cooperativa che garantisce medici esterni. Naturalmente tale gestione ha creato qualche disservizio perché alcuni sanitari non conoscono bene la lingua italiana o non hanno approfondito alcuni aspetti delle emergenze locali. Per ovviare a tali inconvenienti abbiamo proposto una serie di correttivi che la direzione generale e la direzione sanitaria hanno valutato attentamente. Nel frattempo è stato nominato un responsabile del servizio dell’urgenza - la dottoressa Roberta Virtuani - che è già facente parte del nostro personale ma che ha sviluppato una notevole esperienza in questo ambito durante il periodo pandemico. La sua presenza è una garanzia di efficienza e professionalità mentre, nel frattempo, si sono fatte delle scremature tra il personale medico afferente al PS (è stata sostituita la cooperativa precedente); con tali modifiche apportate abbiamo potuto osservare un netto miglioramento della qualità dei servizi ed una maggiore assistenza  ai pazienti in osservazione.

 

Cosa si aspetta per il futuro? Siamo alla fine della pandemia? Dal suo punto di vista si potrà rilanciare l’ospedale tortonese? Abbiamo creato i presupposti per sviluppare progetti di alta professionalità facendo leva sul personale medico, infermieristico, amministrativo e dei servizi già esistente e che ha consolidato durante la fase pandemica notevoli capacità in termini di qualità. Mi riferisco non solo all’attività del reparto di Medicina Interna ma anche ad una serie di iniziative già in atto o in itinere: gli ambulatori di prevenzione cardiovascolare; quello dedicato allo studio e alla terapia dell’ipertensione; quello dedicato alle malattie metaboliche; quello epatologico che è una realtà di riferimento per l’intera Asl; quello rivolto allo studio del LongCovid per il trattamento delle sequele di questa malattia. In questo ambito abbiamo già ricevuto la donazione di un nuovo broncoscopio da parte del Comitato “Tortona per l’ospedale S. Antonio e Margherita” che servirà per la creazione di un polo di endoscopia respiratoria nonché di nuova attrezzatura per l’ambulatorio di Pneumologia che vorremmo rilanciare integralmente per dare risposte concrete alle domande di salute da parte della popolazione tortonese.

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