Oppure c’erano gli angoli di verde, per noi foreste vergini, dove inventare avventure da Manuale delle Giovani Marmotte: allora tutti ad esplorare il bosco del Lavello e poi fumare i ligabòsk o costruire capanne mai terminate nell’orto di un condominio zeppo di lumasòn o sul rivone dei Cappuccini. Non dimenticherò mai quella volta che, presi da chissà quale fantasia, decidemmo di cimentarci nell’accensione di fuochi proprio tra le acacie dei Cappuccini. Dovevano essere piccoli fuocherelli da pionieri della zona, ma il contributo dell’amico più grande li trasformò in un grande falò: il rivone prese davvero fuoco e dovettero intervenire i pompieri.

Ai Cappuccini si andava soprattutto d’estate, dopo cena o nelle vacanze, perché, diciamocelo, era un po’ fuori mano e tra i giochi arditi, in una sorta di iniziazione puerile, ve n’erano alcuni sicuramente degni di nota per la loro pericolosità come attraversare il muro perimetrale del chiosco con la statua della Madonna passando dall’altra parte del cancello protettivo: il tratto sicuramente più difficile da superare era il tettuccio triangolare che sormontava la sottostante cappelletta di Sant’Antonio, quella alla fine della scalinata dei Cappuccini. Lo confesso: io non ce l’ho mai fatta, troppa paura! Nelle sere d’estate i bambini del quartiere, di ogni età dai cinque ai dodici anni, girovagavano incustoditi o forse più custoditi di oggi perché a guardarli c’era la signora al balcone, la vicina con il cagnolino, la vecchietta che raccoglieva i denti di cane, il babbo quartiere. Oggi i balconi sono spesso inesorabilmente chiusi, i palloni ricoverati al centro sportivo, i denti di cane sporchi di scarico di automobile e il babbo quartiere sembra sopito: i bambini sono rinchiusi nelle ampolle di vetro delle case da genitori moderni e pedagogicamente istruiti oppure abbandonati agli smartphone mentre lui sonnecchia aspettando che qualcosa di rotto per sempre torni a vivere.
DAL CENTRO A CITTÀ GIARDINO
Nell’età magica della scuola elementare trascorrevo il mio tempo diviso tra la casa dei miei nel centro storico e quella di mia zia a San Bernardino. Tragittare, in perenne periodicità, tra un’ampolla di vetro e l’altra era impensabile e nessuna automobile mi avrebbe mai traghettato da un domicilio all’altro: solo pochi anni dopo il mio babbo avrebbe acquistato un’Ape 50 destinata a entrare nella storia di Tortona perché vagante per la città carica di quadri. Sì, prima del motocarro c’era stato il sidecar, degno di uno spazio ad hoc nel Numero Unico, ma della fantasmagorica moto con carrozzina del pittore che faceva la barba anche ai fringuelli, non ricordo purtroppo nulla. Così, dalla casa dei genitori a quella della zia, ci andavo da solo, oppure con lei e il fratello più grande. Ancora oggi, quando rientro in casa a sera avanzata, ripeto il rito che la zia Jolanda compiva tutte le volte che, dopo aver aperto l’uscio con due o tre giri di chiave, accendeva la luce e compariva il minuscolo appendino per le chiavi: “Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia” diceva lei. La zia era come la nonna, non la mia, quella di tutti i bambini: un cuore grande e pieno d’amore che si manifestava in cento o duecento lire che non potevi rifiutare altrimenti si arrabbiava (“Ma non dirlo a tua madre!” …E chi glielo diceva?) oppure in nutelline, merendine e marmellatine di ogni tipo alla faccia delle buone regole di alimentazione pediatrica che vigono oggi e che sono giuste, perché i fruttini di mela cotogna di un tempo non esistono più. Il tragitto da via Pinto a via Barabino non era un percorso, era un viaggio attraverso angoli e luoghi sempre uguali, ma sempre diversi perché trasformati dalle stagioni e dalla fantasia del bambino che ero allora. Per un certo periodo mio fratello ed io passammo per via Padre Michele, scivolando zitti e paurosi, in mezzo a covi di teppistelli di ogni sorta. Era un timore giustificato: per diverse volte ci fermarono e ci picchiarono, nel senso del picchiare infantile; un pizzicotto, una sberletta, ma noi fummo così terrorizzati da cambiare percorso. Del resto, e questo era implicito nelle “regole della strada”, via Padre Michele non era territorio nostro. Avremmo fatto come loro se fossero venuti in via Pinto o ai Cappuccini. Così decidemmo di passare per via Alle Fonti; poi, superata via Giulia, salivamo in via Fracchia, nella parte oggi giustamente rinominata “Via Sarina”.
Danilo Bottiroli
(Continua)
