I nostri genitori avevano vissuto diversi anni nel palazzo del vecchio burattinaio che per me e mio fratello era diventato una tappa fissa delle visite alla mattina di Natale. Per la vecchia usanza che il 25 dicembre la prima persona che deve entrare in casa è un bambino, infatti, Davide ed io, puntualmente ogni anno, attraversavamo la città con soste predeterminate nelle abitazioni di gente conosciuta dove in cambio degli auguri ricevevamo mance laute o stitiche a seconda dei casi.

Con astuzia bambinesca avevamo cancellato dall’elenco le visite meno redditizie e, alla fine, ne erano rimaste solo cinque o sei, ma quella dai Sarina non poteva mancare perché, oltre alle cinquecento lire, la signora Teresa ci dava anche il torrone. Peppino, il grande artista dei burattini, l’ho visto solo un paio di volte, poi è morto, ma ricordo sia lui che Teresa come due persone piccole di statura per la vecchiaia, quasi contorte, quasi burattini umani, ma cariche di un affetto familiare che rendeva in ogni caso disinteressata quella nostra visita. Era davvero un affetto familiare: Teresa e Peppino ci avevano visto nascere e ci vedevano crescere e, forse, esserci al suono del campanello di ogni Natale, noi i figli di Carlo, rappresentava per loro porre un segno in più nel calendario della vita. “Ciao, Pampalugéj!” “Pampalugéj” ci chiamava appunto nostra zia, quando sembravamo ai suoi occhi un po’ più sciocchini del solito. E nel raggiungere la casa della zia Jolanda, passata via Sarina, c’era l’interminabile via Galilei, quella della Società: sembrava infinita perché c’era poco o nulla che destasse le nostre fantasie, forse solo il fontanino e le gallerie. Sopra il fontanino c’era una targa bianca con la scritta “Acqua non potabile” un po’ cancellata dal tempo e che qualcuno provvedeva regolarmente a ripassare con un pennarello nero.
Acqua non potabile?
Quella era l’acqua più buona di Tortona e lo sapevano tutti, e noi la bevevamo regolarmente, neanche fosse l’Acqua del Marchese, quella della fonte fuori Tortona alla quale, si narra, attingevano persone provenienti da tutta Italia perché faceva bene ai reni. Più tardi, infatti, l’Ape 50 del babbo operato di calcoli ai reni, avrebbe fatto più di un viaggio con insani recipienti in PVC per fare scorta della prodigiosa acqua del Marchese. “Ma voi bevetene poca: è buona, ma poi vi fa fare troppa pipì” ci diceva. Un’acqua buona? Che sciocchezza! Per noi buono era il chinotto o meglio ancora la gazzosa rossa di Abbondio o di Bettarello. L’acqua era acqua e basta. Le gallerie, invece, nascondevano storie mai sperimentate da noi bambini e solo udite dai nostri vecchi. Erano quelle “spaventose” della guerra, quando suonava la sirena che preannunciava un attacco aereo e le famiglie erano costrette a rifugiarsi nelle “grotte del Castello” portandosi dietro i bambini anche più piccoli. A causa di questi racconti si formò in me, ancora piccolo, l’idea della guerra come qualcosa di tremendamente spaventoso: non capivo perché mia nonna, mio zio, mio padre, dovessero abbandonare la loro casa, quel calore domestico di affetti e minestre, per andare in grotte umide e fredde, schiacciandosi accanto ad altre migliaia di persone terrorizzate.
Danilo Bottiroli
(Continua)
