Tortona con gli occhi di un bambino (quarta parte)

“Però, poi, finito l’allarme, si ritornava a casa” mi raccontavano per rassicurarmi, ma era un tentativo vano: ormai mi ero convinto che non c’era nessun valido motivo per subire una guerra. Oggi sono convinto che non esista neppure un valido motivo per farla. Superata via Galilei, nel tragitto verso la casa della zia, mio fratello ed io raggiungevamo l’inizio di via Guala, dove ancora oggi c’è una cappelletta dedicata a non so quale Madonna che a Maggio diventava per noi una festa, soprattutto quando davano le fragole gratis. C’era Suor Bice, sempre. Via Guala invece aveva un misterioso fascino tutto suo, fatto di prosperose acacie che la rendevano buia a ogni ora e nelle sere d’estate si facevano le gare in bicicletta nelle viuzze delle ville dei signori insieme ad altri bambini dei quali a malapena si riusciva a vedere il volto.

Sempre in via Guala, all’angolo di via Barabino, c’era una latteria, di quelle di una volta, ma che ancora oggi resiste alla concorrenza degli ipermercati (forse solo per nostalgia) dove compravamo le prime patatine in sacchetto con il regalino, quelle fatte con l’olio di balena, ci dicevano. Sì, come l’acqua non potabile! Solo dopo esser passati davanti al Cora Kennedy, dove nelle sere d’estate si poteva anche scambiare qualche parola con le donne sedute fuori dall’edificio, raggiungevamo, dopo un interminabile viaggio, la dolce badia della zia Jolanda. A Città Giardino c’era un cortile di ghiaia dove i bambini giocavano ai giochi di sempre, ma dove sperimentavano anche nuove “avventure” come quella volta che scrivemmo sui muri con zolle di terra e l’amministratore ci attrezzò di secchio e spugna per riparare al danno, o come quella volta che assistemmo atterriti allo spurgo del pozzo fognario sopportando olezzi indescrivibili pur di vedere quali misteriosi oggetti segreti potevano essere estratti tra le feci e le urine multicolori dei condomini, o ancora come quella domenica mattina, quando, dopo una pioggia, attrezzammo, in pigiama, un campo di battaglia per soldatini nel pozzangherone formatosi in cortile. Ma la domenica mattina era soprattutto riservata al rito: ore dieci, messa al Santuario della Madonna della Guardia. C’erano, però, anche altri luoghi “sacri” nel quartiere, come il boschetto subito dopo l’incrocio con strada Fornaci: lì, una volta, mio fratello e un suo amico della stessa età trovarono un autentico deposito di giornaletti pornografici. La tentazione di sfogliarli era troppo forte, ma l’acerbo SuperIo appena nato dalle frequentazioni domenicali al Santuario, impediva loro di guardarli, così ebbero l’idea brillante di farli leggere a me: “Tu guardi cosa c’è dentro e ce lo racconti, tanto tu sei piccolo e non ti ricorderai niente!” mi dissero e io ubbidii. Il fatto è che ancora oggi mi ricordo molto bene le foto di quei giornali che allora mi suscitavano un po’ di ribrezzo, anche se non so se il ricordo sia realmente attribuibile alle letture di quei giorni o se sia frutto del sistematico ripasso sull’argomento avvenuto più tardi, negli anni dell’adolescenza. Un altro luogo sacro era l’angolo negozi dove c’era, come oggi, il tabaccaio che vendeva anche giornali (mia zia comprava lì i fotoromanzi nuovi e di “seconda mano”) e quello che lei chiamava il “bottegone”, una sorta di minimarket con alimentari di ogni genere, compresa frutta e verdure fresche. Al di là della strada c’era un’altra latteria: si accedeva al negozio superando una scaletta di tre gradini e davanti all’ingresso c’era il “tempio” della lettura infantile, cioè i cartelloni dei gelati che, una volta acquistati, mangiavamo seduti sui muretti antistanti l’ingresso del negozio. Oggi la latteria è diventata una villetta ristrutturata ad arte, con le stesse forme originali e ogni volta che ci passo accanto tornando a casa, la osservo con una strana nostalgia che ha la forma di un gelato pupazzo Eldorado ai gusti di cioccolato, crema e fragola.

Il Castello

Nei giorni della mia infanzia il Castello era vicino a casa, ma sembrava lontanissimo, forse anche per le salite che dovevi percorrere per raggiungerlo, ma era comunque un luogo di grande attrazione per due motivi: perché appariva come una distesa enorme di verde e giardini da esplorare e perché c’era il campo sportivo “Fausto Coppi”. Al Castello si andava meno frequentemente che ai Cappuccini o all’oratorio, ma ci si andava e i genitori si raccomandavano di non salire sul “roccione” perché si raccontava di ragazzi che si erano arrampicati fino in cima, ma poi erano caduti e rimasti sulla carrozzella per tutta la vita. Per questo guardavamo sempre con timore e angoscia il roccione e chi diceva “Perché non ci arrampichiamo?” veniva zittito con la frase “Ma sei scemo? Non voglio mica fare la fine di quelli che…” e così nessuno ci provò più. 

In foto: Carlo Bottiroli “La Torre”

Danilo Bottiroli

(Continua)