Tortona con gli occhi di un bambino (sesta parte)

Più avanti scoprimmo che il sistema migliore per vedere la partita gratis e in primissima fila era offrirsi come raccattapalle. Io fui assunto, ma la mia carriera non durò molto, perché pensavo che un buon raccattapalle dovesse restituire il pallone uscito dal campo nel minor tempo possibile e passandolo al giocatore più vicino, ma non era proprio così: lo intuii quella volta che restituii con solerzia il pallone al portiere del Derthona che mi ringhiò “Fai con calma, stiamo vincendo”.

O più probabilmente fui licenziato come tutti gli altri perché al posto dei ragazzi di strada, a fare i raccattapalle avevano assunto i pulcini o gli allievi del Derthona. Comunque, tutti, un giorno, abbiamo sperato di giocare nel Derthona: qualcuno della piazza, come Daniele e Rocco, ce l’hanno anche fatta. Io ci provai una sola volta: avevo nove anni, andai alla sede del Derthona Calcio in via San Marziano e chiesi che cosa dovessi fare per giocare nella squadra. Mi risposero di recarmi, mercoledì pomeriggio, al campo Dellepiane. Io ci andai, o almeno ci provai. Era un pomeriggio afoso e nella mia tasca avevo solo due pacchetti di gomme da masticare, quelle che fanno i palloni enormi. Attraversai a piedi mezza città, compresa la passerella ora dismessa di via della Repubblica (quella in ferro, da non confondere con quella in cemento che già allora era chiusa) masticando un intero pacchetto di Big Babol che mi permetteva di fare enormi palloni rosa di chewing-gum i quali si spiaccicavano regolarmente sul naso e sulle gote lasciando, con il calore, una leggera pellicina sudicia e nerastra che staccavo con dovizia al pensiero di dovermi presentare a chissà quale mister. Il problema era che io, da bambino di strada, avevo sempre pensato che il campo Dellepiane fosse quello appena dietro la ferrovia, dove ora c’è il parcheggio della piscina comunale, e mai avrei immaginato si trovasse oltre. Così, dopo un paio d’ore di inutile ricerca, tornai a casa concludendo per sempre la mia avventura da calciatore professionista, senza mai aver trovato il campo! Di peggio sarebbe invece toccato al mio carissimo amico Gianni che, anni più tardi, mentre giocava in una squadretta da oratorio, fu notato da un osservatore del Derthona che lo chiamava fiulot. Un giorno, prima della partita, l’allenatore disse al mio amico che l’osservatore del Derthona era in tribuna ed era venuto apposta per lui. Gianni fece un partitone, caricato dalle incitazioni dell’osservatore del Derthona che quando lo vedeva involarsi sulla fascia o a rete gli gridava: “Vai, fiulot!”. Posso immaginare l’entusiasmo del mio amico quando, negli spogliatoi al termine della partita, fu raggiunto dall’uomo del Derthona che gli disse: “Bravo, fiulot, quanti anni hai?”. “Diciotto” rispose lui. L’altro lo guardò e sentenziò: “Diciotto? Ma alùra t’è un bròk!”.

Danilo Bottiroli

(Continua)