Pronto Soccorso: “Benvenuto all’inferno” 

La Sanità vissuta sul campo 

Alcune settimane fa pubblicammo la notizia relativa al fabbisogno di risorse della nostra Asl per garantire fino a fine anno tutte le prestazioni sanitarie ed in fase di elaborazione della manovra finanziaria, sono emerse sempre più le criticità sulle assunzioni e sui numeri dei professionisti in corsia, a testimonianza delle difficoltà in cui medici e operatori sanitari si trovano a lavorare. Anche nel nostro ospedale, in particolare nel pronto soccorso, è così; a conferma di ciò riportiamo la disavventura vissuta da un nostro lettore. Il nostro concittadino, un 40enne, si è recato presso il Cal, Centro assistenza limitata, dell’ospedale per sottoporsi alla consueta seduta pomeridiana di dialisi e verso la fine del trattamento ha avuto una piccola crisi ipotensiva subito prontamente e competentemente controllata e risolta, su indicazione del nefrologo di turno, dall’ottimo personale infermieristico della struttura.

L’uomo è stato quindi giustamente e scrupolosamente accompagnato in pronto soccorso (vista l’ora) per un elettrocardiogramma per scongiurare che all’origine della crisi ipotensiva non vi fosse un problema cardiaco, venendo affidato al personale del pronto soccorso. Qui lo scenario che si è presentato ai suoi occhi non è accettabile né per chi lavora in quel reparto né per chi necessita di quel reparto per le cure. É risultato, infatti, che il medico che stava visitando in quel momento, ormai a fine turno, aveva coperto da solo tutto il turno diurno visitando ben 48 persone (!!): appare evidente come una situazione del genere non sia sostenibile sia per il professionista e gli infermieri in suo supporto, oberati oltremodo di lavoro (fatto ben visibile sui loro volti), sia per chi riceve le cure, che incappa inevitabilmente in lunghi tempi di attesa. Per riassumere al meglio la situazione è emblematico il saluto con il quale il primo medico ha accolto il collega al cambio turno: “benvenuto all’inferno”… Il nostro malcapitato ha dovuto attendere 3 ore in reparto (durante le quali è stato testimone di altri pazienti, la maggior parte dei quali anziani, in attesa dall’ora di pranzo…) per poi scoprire di aver ricevuto un codice azzurro (e non si capisce perchè non più “alto” vista la sua condizione clinica) e di aver ben 17 persone in attesa davanti a lui con la prospettiva di dovere attendere almeno altrettante ore prima di essere visitato (nel frattempo se vi fosse stato un effettivo problema cardiaco le conseguenze potevano essere gravi). Davanti a tale evidenza il giovane ha deciso così di tornare a casa e di organizzarsi privatamente per l’ecg. Quanti altri casi come questo succedono settimanalmente se non quotidianamente? Perché l’Asl non interviene garantendo la presenza ogni giorno di almeno due medici in pronto soccorso? Perché invece di investire soldi per abbellire le strutture e renderle architettonicamente “all’avanguardia” non si investono risorse per il personale? Un medico una volta ci disse che “l’ospedale lo fanno le persone che ci lavorano non la struttura”… Ribadiamo, si tratta di un problema prettamente numerico, non di qualità dell’organico, risolvibile se ad ogni livello della sanità pubblica vi fosse l’effettiva volontà di immettere nel settore risorse economiche adeguate. Ma purtroppo pare che così non sia. Anche quest’anno, infatti, a conferma di un trend ormai purtroppo consolidato e a prescindere dal colore dei governi in carica, nella manovra finanziaria di fine anno la sanità non è oggetto di misure adeguate in termini sia numerici che strutturali. Secondo un’analisi di Fondazione Gimbe, infatti, il boom di risorse destinate alla sanità riguarda solo il 2026, quando il Fondo sanitario nazionale aumenta di € 6,6 miliardi, di cui quasi due terzi derivanti da stanziamenti precedenti e destinati ai rinnovi contrattuali del personale sanitario. Per il biennio 2027-2028, invece, gli importi assegnati sono esigui, senza alcun segnale di rilancio progressivo. In secondo luogo, le risorse risultano disperse in numerosi rivoli: una scelta che mira a non scontentare nessuno, ma che priva la manovra di una visione strategica per il rilancio del SSN: le Regioni, già in difficoltà, si trovano così a operare con margini di bilancio sempre più stretti e a dover attingere a risorse proprie per colmare il gap tra le previsioni di spesa sanitaria e i fondi effettivamente assegnati. Infine, la manovra non prevede interventi strutturali per restituire attrattività alle carriere nel Servizio sanitario nazionale: gli incrementi contrattuali sono limitati, le misure per le assunzioni degli infermieri si scontrano con la grave carenza di professionisti disponibili – se non tramite reclutamenti dall’estero, (vedasi la Regione Lombardia che assume infermieri dall’Uzbekistan…) – e la formula “più lavori, più ti pago”, pur defiscalizzata, appare difficilmente sostenibile in un contesto di burnout diffuso. Basterebbe che nel reperire le risorse per la sanità ci fossero lo stesso zelo e la stessa capacità viste in altri settori, come ad esempio la difesa.

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