Uno studente milanese dell’Università di Pavia visita Tortona nella metà dell’Ottocento

Nel 1902 venne dato alle stampe a Roma un volume di quasi trecento pagine nel quale l’autore, Leone Paladini, milanese con trascorsi universitari a Pavia, narra le vicende della sua vita decisamente avventurosa. Il titolo potrebbe trarre in inganno: Un viaggio di esplorazione in Piemonte nel 1843. Ricordi di un vecchio di 80 anni. Infatti tra i mille ricordi delle vicende che lo hanno visto protagonista (giunse a visitare e lavorare anche in alcune città del nord Africa) trova spazio anche un episodio legato alla nostra città dove fu vittima di uno spiacevole arresto. Ma procediamo con ordine. Nel tardo autunno del 1843 (siamo ai primi di dicembre), decise di intraprendere “col cavallo di san Francesco” un viaggio alla volta di Tortona, città che desiderava ardentemente vedere in quanto le vicende storiche l’avevano vista sempre alleata a Milano. Nelle pagine che dedica a tale viaggio non manca di citare le varie tappe nell’Oltrepo dove non manca di descrivere sia la gradevolezza del paesaggio che la bellezza di alcune procaci ragazze.

La sosta a Voghera lo lascia indifferente – non trova nulla da ammirare – per cui si avviò decisamente alla volta di Tortona. Scrive infatti: Trovai appesa ad una parete dell’albergo una carta geografica dalla quale potei desumere che in realtà fra le due città correva la distanza da 17 a 18 chilometri. Ora questa distanza mi rendeva possibile di andare a Tortona e ritornare a Voghera per la sera da dove sarei ripartito il mattino per Pavia […]. Così mi misi in cammino alle 7 del mattino. La giornata si presentava assai triste; una nebbia umidiccia mi toglieva la vita del paese che attraversava. A Tortona giunse poco prima delle undici e la prima impressione fu deludente: «m’apparve di molto inferiore all’idea che me n’ero fatta, a torto per altro, sono sempre piuttosto meschini perché in qualsiasi città i sobborghi e le prime case sempre modeste perché destinate ad abitazioni per la povera gente. Ma anche inoltrato nel centro della città, seguendo la via principale non scorsi che dei vecchi fabbricati volgari, di due o tre piani al più, per nulla diversi dalle case di Voghera o di Stradella. Certo non erano abitazioni da contadini, ma non se ne vedeva una sola che offrisse la prestanza dei palazzi di Milano». Prima di visitare il centro città decise di fare colazione scegliendo un albergo «coll’insegna della Corona, insegna che godeva buona reputazione in tutte le città di Lombardia e Piemonte, non esitai ad entrarvi». Decise di fare una colazione abbondante al costo di due mutte e mezzo [una mutta era pari ad una lira] e con sua grande sorpresa trovò che il vino portato a tavola fosse eccellente: mi mise innanzi [il cameriere] una grossa bottiglia della capacità di due boccali. Bevuttone senza ritardo un mezzo bicchiere, trovai un vino così saporito, così profumato, così robusto, d’una qualità così squisita che non sembrò mai né prima né dopo di averne bevuto l’eguale, neppure quando viaggiai in Francia od in Spagna. Che qualità di vino fosse quello servito al nostro viaggiatore non lo sapremo mai. Soddisfatto per l’abbondante colazione il giovane Paladini così continua nelle sue memorie: Uscito dall’albergo, ch’io avrei volentieri denominato della cuccagna, mi posi a percorrere le vie, né ampie, né belle di Tortona, che del resto aveva ben ragione di non mostrarsi ricca di monumenti, né di palazzi, per essere stata più volte saccheggiata e demolita da schiere nemiche […]. In conclusione non vidi che le facciate di due o tre chiese, visitai la Cattedrale, nella quale mi fu fatto vedere un antico sarcofago [di Elio Sabino], poi mi fu fatto vedere un piccolo palazzo che mi fu detto essere il palazzo Cavalchini, e da lontano contemplai un lungo ponte di legno sul quale passa la strada postale che conduce a Genova attraversando la Scrivia. Dopo aver girovagato per un’ora circa, persuaso di aver percorso presso a poco tutta Tortona, riflettendo che era ormai quasi il tocco [mezzogiorno], e che doveva camminare quasi quattro ore per ritornare a Voghera, mi decisi di rimettermi in strada […]. Sulla via del ritorno però a Pontecurone per un’incomprensione con un carabiniere le cose non andarono come previsto e lo studentello finì in carcere. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. La racconteremo prossimamente. 

Giuseppe Decarlini

[Ringrazio Emanuele Zecchin per la segnalazione sul volume]

(Continua)