(quarta parte)
L’abbuffata dei confini. La più dettagliata relazione di portate trovata nell’archivio del comune di Tortona risale al 1673, quando si deliberò di ritracciare i confini con il comune di Carbonara. Furono compiuti numerosi sopralluoghi per la misurazione del territorio: Tortona mandò agrimensori, misuratori, bacchettanti e traboccanti (coloro che portavano il trabucco, una pertica di tale lunghezza, apri a circa tre metri) di sua fiducia, oltre ai deputati della città Calvino, Crozza e Carnevale. Tutti ebbero il loro daffare, dal mattino alla sera per nove giorni consecutivi di lavoro, dal 19 al 27 agosto 1673.

Però era giusto che tante fatiche fossero almeno compensate da abbuffate ristoratrici in cui fosse concentrato il meglio della cucina tortonese di allora (e il tutto a carico del comune di Tortona: è per questo che agli atti sono legate, e sono tate conservate, le note delle spese sostenute). Fin dal primo giorno i pasti si rivelarono sai generosi. Pane tanto per cominciare, poi fritura, carne di manzo, carne di vitello, poliono, 7 pilastri e 2 piccioni, ma anche una legora (lepre) e una lengua salata. I contorni erano rappresentati d insalata, sceleri (sedani), il tutto condito con butirro e grasso di manzo e reso più appetitoso con spetiarie e caperi. In un pranzo di tal livello non potevano mancare trifoli, fongini e pignioli. Seguirono del formaggio piacentino e delle robiole, senza dimenticare olio, sale e pèvero. Si passò poi alla frutta in generale ed ai meloni, ma anche all’ughetta ed ai limoni. Per finire furono portati in tavola zucchero e canditi e per mitigare la calura estiva, perfino della giazza. E poi, ovviamente, il vino, che rappresenta un quinto di tutta la spesa. E, chissà, forse il generoso consumo di vino potrebbe spiegare la lentezza con cui procedettero le operazioni di rilevamento dei confini Nei giorni successivi i pasti serviti, come qualità e come quantità, non furono da meno. Oltre ai piatti e alle portate già citate, troviamo una zuppa e minestra de’ fidelli, polastri a lesso e polastri arosto e polastri arosto apimentati con trifogli, stufa(to) di vitello, rosto di vitello, pessi freschi, pessi in aceto e pessi carpionati e anchiode (cioè acciughe), ovi duri 24, ma anche ovi freschi. Probabilmente i pasti erano consumati sul luogo di lavoro, cioè, sui confini, all’ombra di qualche albero o nella frescura di uno dei tanti boschetti lungo lo Scrivia (questo almeno, a mezzogiorno). Infatti la nota spese risulta quietanzata da Pietro Patrino, Hoste del Falcone a San Bernardino che aveva dovuto addebitare lire due da pagare “alli homini per portare il mangiare”.
Armando Bergaglio
(Continua)
