(2ª parte)
Abbiamo lasciato il nostro studente Leone Paladini che aveva visitato Tortona, rimanendo un po’ deluso dalla città, ma entusiasta di un vino gustato durante la colazione, alle prese con un carabiniere a Pontecurone mentre stava rientrando a Pavia. Una incomprensione determinata dal maldestro italiano del carabiniere nel rivolgersi al giovane studente ordinando che gli venisse esibito il papé, cioè il passaporto, aveva avuto conseguenze decisamente impreviste con un arresto. La mancanza del passaporto, Tortona faceva parte del Regno di Sardegna, mentre Pavia apparteneva all’impero austroungarico, non aveva impedito allo studentello di giungere a Tortona senza alcun problema ed il Paladini lo dichiarò a chiare lettere. Resta il fatto che poco dopo il fermo a Pontecurone giunsero da Tortona due carabinieri a cavallo «che mi presero in mezzo, io a piedi ed in tale ordine e con tale onorevole corteggio dovetti mettermi in strada alla volta di Tortona».

Arrivato in città «e va e va, sempre camminando a passo di cavallo» che era quasi già notte venne associato alle carceri descritte dal Paladini come «un caseggiato coi muri neri, tetri» e senza averlo rifocillato venne affidato al capo carceriere che ebbe per lui il riguardo di non metterlo con gli altri carcerati «dei quali si udivano le grida, le urla e le bestemmie», ma lo tenne nella guardiola anche per il fatto che nel sequestragli il piccolo bagaglio trovò unicamente un lapis, un temperino ed un borsellino contenente da 12 a 13 mutte [lire] «il che contribuì a far credere ch’io fossi un gran signore travestito». Il Paladini restò stupito della struttura carceraria: «non assomigliava affatto a quelli che si vedono nelle scene dei teatri. Non vi erano voltoni, non androni, non vestiboli, non cancelli di ferro e catenacci. No, era un carcere alla buona, un carcere paternale». L’aspetto e l’educazione del giovane studente fanno buona impressione al giudice e al cancelliere alla presenza dei quali venne condotto e ai quali «potei spiegargli bene il mio caso, rimanendo persuaso di aver pienamente giustificato tanto la mia personalità che le mie azioni e quindi mi credeva sicuro di aver piegato anche l’animo del signor giudice a trovarmi decisamente innocente di ogni addebito». Questi gli pose molte domande che, per farla breve, convinse il magistrato della sua innocenza. Accompagnato dal piantone del Comandante venne quindi rilasciato e condotto in un palazzo signorile dove fu il Comandante stesso a presentare ai presenti e alle dame «in una sala riccamente arredata, illuminata da lampade e da candelabri guarniti da candele di cera: Ecco il sig. Paladini, studente dell’Università di Pavia, che invaso dal desiderio di visitare il Piemonte e volendo fare il romantico, passeggiando solo nelle campagne e nei boschi, è stato colto dai nostri carabinieri in flagrante delitto di vagabondaggio, prendendolo per un malvivente. Ora l’ho fatto mettere in libertà, dietro ordine di S. E. il Governatore di Novara, in seguito a pressante raccomandazione di S. E. il Governatore austriaco di Milano». Vezzeggiato dalle signore presenti che si esprimevano in dialetto non senza, però, qualche critica (pensavo fosse più bello, gli studenti di Torino sono più robusti… forse è un poeta), venne giudicato anche da uno dei presenti come un folle o un repubblicano. Vistolo vergognoso ed imbarazzato il Comandante ordinò di accompagnarlo all’albergo dei Tre Re dove il titolare si affrettò a farlo accomodare in sala elegante e dove gli fu apprestata una cena «che posso chiamare sontuosa». Anche la camera da letto era ottimamente arredata e dove mai più nella sua vita «mi toccò la fortuna di dormire una seconda volta in un letto così splendido». La vicenda tortonese stava volgendo al termine e il nostro studente, ospitato generosamente dal Comandante poté rientrare a Pavia con un intermezzo piacevole. A Casteggio in un negozio di alimentari ebbe la fortuna di ritrovare la bella ragazza alla quale durante la sosta in viaggio alla volta di Tortona aveva «rubato» un bacio. Attraversato il confine senza che nessuno più lo disturbasse per il famoso papé [passaporto] «mi trovai sul vecchio ponte del Ticino di Pavia, ove incominciai ad incontrare dei compagni di Università che mi si serrarono d’intorno meravigliati di vedermi, sia per congratularsi con me per l’ottenuta libertà, sia per sapere come era andata la faccenda». Tortona lo aveva un po’ deluso, ma le successive vicende che seguirono all’arresto rimasero impresse profondamente nella sua memoria sì da trovare ampio spazio nel suo ponderoso scritto di ricordi.
Giuseppe Decarlini
