Tra fame e smorbità – Mangiar bene a Tortona attraverso i secoli

(seconda parte)

Fame e sprechi nel Medioevo. Poco si conosce del mangiare nel Medioevo, un’epoca contrassegnata, peraltro, da frequenti carestie. Dobbiamo arrivare al 1489, anno in cui a Tortona fu organizzato il banchetto (il matrimonio era già stato celebrato in precedenza per procura) per le fastose nozze tra Gian Galeazzo Sforza e Isabella figlia del duca di Calabria e nipote di re Ferrante I d’Aragona.

Con gli sposi c’erano due foltissimi cortei di invitati: 400 erano arrivati dalla Calabria via mare e altrettanti avevano accompagnato lo sposo da Milano. Tortona si era preparata all’evento con grande impegno. I muri erano tappezzati di rami d’alloro, di ghirlande, di festoni e di raso e la città offrì per il banchetto 50 kg di robiole, uno staio (una misura di capacità pari a 18 litri) di tartufi e 16 kg di confetti di zucchero. Si trattò di un banchetto-spettacolo, dove ogni portata venne introdotta nella sala su un carro allegorico preceduto da un attore o un mimo o un cantante e servita tra canti, musiche e poesie. Furono portati interi vitelli ripieni di pernici e fagiani cotti. Poi cervi, nettare, lattemiele, ceste di frutta, cui fece seguito la cena di magro, tutta a base di pesce, presentata da figure allegoriche legate al mare. Un pranzo che passò alla storia e il regista può essere identificato nello stesso Leonardo da Vinci, in quegli anni a Milano al servizio degli Sforza. Questo il pranzo di un’occasione eccezionale. Ma tutti i giorni cosa mangiava la nostra gente? Ce lo ricorda il prof. Giorgio Sacco attraverso un bozzetto di vita familiare. Due giovani sposi sono seduti ad un magro desco e lei dice a lui: “Mangel vui cha duvì lavurà”, al che lui ribatte: “Mangel vui ch’a duvì fa du latt…”.

(Continua)