Tra fame e smorbità – Mangiar bene a Tortona attraverso i secoli

(quinta parte)

Napoleone e Pio VII. E veniamo all’epoca napoleonica. Quando i francesi si insediarono da noi, nel dicembre del 1798, introdussero l’usanza dei “pranzi patriottici”, colossali abbuffate popolari con materie prime offerte in particolare dai monasteri o dal vescovo, oltre che dalla generosità di alcuni cittadini ex nobili. E quando, in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica, si celebrava un matrimonio patriottico, tra “une pauvre et bonne fille” e un reduce delle battaglie napoleoniche, il comune (o meglio, la Maire) assicurava una dote di 200 franchi, una festa solenne, pranzo ufficiale compreso, e la distribuzione di pane ai poveri della città.

Invece, quando ricorreva la festa di San Napoleone, il 15 agosto, ai carcerati, in luogo del proverbiale pane e acqua, veniva assicurato un pasto degno di tal nome. Nel 1812 il custode delle carceri di Tortona aveva acquistato, per i 65 detenuti, pane, vino, riso, cavoli e perfino carne. Invece il passaggio di Napoleone a Tortona nel maggio 1805, mentre era diretto a Milano per essere incoronato imperatore, offrì l’occasione per un grandioso picnic sull’erba. La Maire di Tortona, oltre a far riparare le strade ed erigere in città archi trionfali, mandò i soldati della Guardia Nazionale alla Cascina della Pietra Bianca, al confine con il comune di Alessandria ad attendere Napoleone. Ma quella attesa doveva essersi protratta oltre il previsto e autorità e guardie d’onore cominciarono a sentire gli stimoli della fame. Così si recarono dalla vedova Cereda che abitava nella cascina della Pietra Bianca, che fornì loro generi alimentari per franchi 4, mentre la sua vicina fornì polenta e uova. Successivamente un uomo fu mandato a Tortona a prendere pane e commestibili, il bracciante Foco portò regalie di vino bianco e uova. All’oste della Strona furono ordinate 24 pinte di vino. Nicolò Romagnolo mandò un conto di franchi 8,8 per sei libre di gruera e sei di salame. Pertanto quell’attesa che si preannunciava noiosa, si concluse con una gustosa ribotta, che forse mal si accordava con la solennità del momento. Quando ormai l’astro napoleonico vacillava, si era nel maggio 1814, passava da Tortona Papa Pio VII, proveniente da Torino e diretto a Roma. La cronaca di quella sosta è descritta in un documento redatto da un canonico della Curia di Tortona, conservato nella curia vescovile e scoperto dall’amico Pino Decarlini che provvide a pubblicarlo. Nella cronaca della giornata, oltre alla celebrazione della messa ed alla benedizione impartita dal balcone del palazzo Garofoli in via San Marziano, viene brevemente descritto anche il pranzo, in casa del barone “Alle 9 il S. Padre pranzò assistito alla tavola da Mons. Bertasola ed il Signor Barone Garofoli. Io lo viddi a tavola ed in particolare osservai che quando il Papa beveva, essi facevano genuflezione. Nota: Siccome il Papa ha il suo cuoco, egli però lasciò che facesse il pranzo il cuoco della casa. Il Signor Barone mi disse che il Santo Padre fu contentissimo del trattamento e che esternando la sua soddisfazione disse che era moltissimo tempo di non aver pranzato così bene, come d’una bottiglia di vino Malaga d’anni 30 e più della casa, disse: “Oh, questo è veramente un eccellente vino”.

Armando Bergaglio

(Continua)