Tra fame e smorbità – Mangiar bene a Tortona attraverso i secoli

(ottava parte)

Andar per caffè e pasticcerie. Non si può concludere questa scorribanda attraverso il mangiar tortonese senza un cenno più dolce ed aggraziato. Parliamo di dolci. Nel Settecento a Tortona si trovavano caffetterie e confetterie dove i nostri antenati si addolcivano il palato. Infatti dal censimento del 1775, ricorda Italo Cammarata, si trova citata per la prima volta la professione di “cioccolataio”, esercitata da tale Giuseppe Bianchetti. In occasione del passaggio di Napoleone, il caffettiere Giovanni Negri presentò un conto di lire 15 per aver somministrato “40 tasse di cioccolata con vaniglia e pane e 4 caffè” (anche se non è precisato a chi fossero destinate queste golosità). Mentre si preparava il programma dei festeggiamenti per la solenne entrata in città del vescovo Carnevale nel marzo 1819, veniva stilato dal comitato organizzatore un promemoria in cui si legge: “Saranno serviti li concorrenti invitati a  sorbetti, caffè e rinfreschi”. Ma a Tortona c’erano anche raffinate pasticcerie. Chi è un po’ avanti negli anni ricorderà le raffinate pasticcerie Zanotti e Vercesi con i loro arredi in perfetto stile Liberty, luccicanti di marmi e di specchi, poi tutto, purtroppo, è andato disperso. Alla metà dell’Ottocento fu aperta a Tortona la pasticceria dei Fratelli Ferr confettieri svizzeri in Piazza Grande (piazza Duomo – casa Rati). Si trattava di un locale prestigioso situato in una delle vecchie case di piazza del Duomo, opposte alla cattedrale (nel 1877 vi sarebbe stato costruito un nuovo palazzo con i portici). E proprio i Fratelli Ferr furono incaricati di approntare il rinfresco in occasione della breve sosta a Tortona di re Vittorio Emanuele II, il 26 maggio 1858, mentre era diretto a Voghera per inaugurare la nuova caserma di cavalleria. I confettieri svizzeri assicurarono un servizio raffinato presentato con stoviglie e posate “di porcellana, cristallo e argento cristoforo” con sei agenti in livrea. Il tutto venne a costare 770 lire, poi scontate in 500 lire, forse per l’onore loro riservato. 

Armando Bergaglio

(Continua)