Dalla stazione all’oasi
Mio fratello aveva una passione segreta che condivideva solo con me: i treni. Conosceva tutti gli orari, le provenienze e le destinazioni dei convogli che fermavano a Tortona, addirittura sapeva a che ora e a quale minuto passavano i treni in transito. Era diventato un così assiduo frequentatore della stazione ferroviaria che un operaio delle Ferrovie, quando lo incontrava, gli dava la mancia per farlo andar via, preoccupato per la sua incolumità.

Solo molti anni dopo scoprii che quell’operaio sarebbe diventato mio suocero. Allontanato sempre più frequentemente dalla stazione, così come a Natale era abile a pianificare le visite più fruttuose, mio fratello ne escogitò una delle sue e mi rese partecipe dell’avventura. Si recava in stazione, prendeva la mancetta dal mio futuro suocero, ma invece che tornarsene a casa o in qualche sano giardinetto con altalene e scivoli, girovagava per la città alla ricerca di un altro posto dove verificare che il diretto delle 14:40 da Bologna per Torino passasse effettivamente a pochi metri da lui, sparigliandogli i capelli e facendo appiccicare i vestiti al suo esile corpo. All’Oasi, nei pressi di via Morandi, c’era una specie di vicoletto che terminava proprio a ridosso dei binari della ferrovia, senza barriere. Era il paradiso che aveva sempre cercato: lì, addirittura, poteva spiare i treni che arrivavano stando sui binari, senza pericolo alcuno (sosteneva lui) perché sapeva perfettamente il momento in cui non sarebbero transitati. Per un po’ frequentò l’ameno posto da solo, poi un giorno decise di coinvolgermi nell’organizzare una sorta di gita alla sua “stazione privata”: partimmo in bici, muniti di merenda e di un piccolo sgabellino rosso della zia che a noi sembrava irrinunciabile e andammo a vedere i treni. Io non mi azzardavo a salire sui binari e mio fratello me lo avrebbe impedito, ma lui ci andava e mi lasciava sgomento quando di corsa tornava indietro e urlava esaltato: “Arriva il merci… Treno in transito, allontanarsi dal binario tre!”. La nostra gita, senza accorgercene, durò parecchie ore, al punto che i miei genitori iniziarono a preoccuparsi. “Dove saranno?” continuava a ripetere mia madre dopo aver fatto cercare ovunque, finché il fratello primogenito si ricordò che Davide gli aveva raccontato di un posto all’Oasi dove andava a vedere i treni: prese La Duemila, che altro non era se non una bici Graziella rossa mezza scassata ma decantata in famiglia per la straordinaria longevità, e ci raggiunse. Ci riportò a casa dove, con una mezza fraccata di botte, terminarono per sempre le nostre avventure con i treni. All’Oasi sarei tornato qualche anno dopo, ai tempi dell’oratorio insieme agli amici chierichetti. Ve n’erano due o tre che abitavano proprio in via Morandi, giusto vicino alla ferrovia. Uno di loro è rimasto nei miei ricordi perché doveva farsi prete e si era comprato il breviario uguale a quello del parroco (con la copertina nera e i fogli sottili sottili) che leggeva in cima a uno strano pezzo gigante di ferro piegato a montagna e depositato dietro al Palazzo Orsi che noi usavamo come scivolo. Alla fine divenne uno sfegatato comunista! L’Oasi era un quartiere nuovo e sconosciuto, così distante nel pensiero dalle case del centro o da via Barabino: era, negli anni Settanta o giù di lì, l’ammasso di palazzoni rossi, senza negozi né parchi gioco, né tanto meno ipermercati. Sembrava ai miei occhi ingenui qualcosa che avesse a che fare con una grande città che ancora non avevo visto e che mai, nel mio tempo, avrei scoperto se non per necessità o per amicizia. Oggi l’Oasi si è trasformato in qualcosa di più residenziale e sono cadute, per fortuna, tutte le distanze che lo separavano dalla Tortona considerata più DOC.
Danilo Bottiroli
(Continua)
