Incontro comitato dei sindaci con i vertici della sanità
Si è riunito martedì 18 in sala Romita il Comitato dei sindaci del distretto sanitario Novi Tortona. L’occasione era l’incontro “Verso una medicina proattiva nel distretto Novi-Tortona” con l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, il direttore generale Asl Al Francesco Marchitelli e il direttore del distretto sanitario Claudio Sasso.

L’assessore Riboldi in apertura ha affrontato il tema caldo di questo periodo, cioè la mancanza di medici di medicina generale. Il problema, come noto, è da ricondurre alla mancanza di nuovi laureati, per la poca attrattività della professione, rispetto al numero dei pensionamenti ed all’impossibilità dei medici in attività di prendere in carico nuovi pazienti perchè hanno raggiunto il massimale: la soluzione in fase di valutazione è quella di alzare il numero di mutuati per ogni medico. Sul punto praticamente nessuno dei rappresentati dei comuni in sala ha fatto presenti le problematiche esistenti nel Tortonese: sono sempre più frequenti infatti le segnalazioni da parte di residenti in città e nella nostra zona in questo senso. Alcune settimane fa pubblicammo la lamentela di una anziana pontecuronese, rimasta senza medico di base, che si è sentita rispondere dall’Asl di chiedere la presa in carico ad un medico di Costa Vescovato. Oppure quelle relative ad alcuni medici che non visitano a domicilio anche se i propri mutuati sono impossibilitati a raggiungere lo studio medico. Il dottor Sasso ha poi illustrato la situazione attuale nel distretto: i medici di medicina generale attualmente in servizio sono 79, di cui alcuni prossimi alla pensione, ma resta un fabbisogno di 33 medici.

Riboldi ha poi ritracciato a grandi linee i progetti previsti per l’assistenza territoriale: come noto vi saranno 3 case di comunità, a Tortona (in fase di ultimazione, il valutatore esperto ha eseguito il controllo di conformità martedì 19), Novi Ligure e Arquata Scrivia, oltre a quella di Castelnuovo Scrivia come Hub in overbooking, ed un ospedale di comunità a Novi Ligure con 20 posti letto. Le case di comunità saranno il fulcro delle riforma, integrate con il sistema ospedaliero per garantire iniziative di prevenzione e screening, cura e presa in carico di pazienti cronici e accesso guidato ai servizi: di fatto si andrebbe a creare una rete di accoglienza e collaborazione tra professionisti e percorsi assistenziali condivisi con l’obiettivo di ridurre i ricoveri impropri in ospedale ed alleggerire i pronto soccorso riducendo gli accessi non urgenti. E’ stato poi tracciato un quadro dei servizi previsti per il nostro ospedale: oltre allo sviluppo della piattaforma ambulatoriale, con l’ambulatorio di reumatologia attivo dallo scorso luglio e quello di gastroenterologia con prime visite e controlli da novembre 2025, sono in fase di avvio dal prossimo luglio quelli di cardiologia e pneumologia e, in data da definirsi, quello di neurologia. Particolare accento è poi stato posto sul reparto di riabilitazione e recupero funzionale attivo da febbraio 2024, eccellenza del nostro ospedale, “al 3º posto per qualità dell’assistenza in regione”, e motivo dell’aumento della mobilità attiva verso il nostro nosocomio. Questo reparto dovrebbe essere il fiore all’occhiello del nostro ospedale nel solco della nuova direzione intrapresa dalla sanità pubblica che prevede la “sostituzione” di ospedali “che fanno tutto” con lo sviluppo di una singola vocazione/eccellenza forte per ogni nosocomio ed il parallelo sviluppo di strutture assistenziali ad integrazione come appunto le case di comunità. Il dubbio sorge spontaneo però; se l’ospedale a me più vicino non è un centro di eccellenza per la mia patologia, vado a curarmi comunque altrove in regione o fuori regione: la mobilità passiva resta così come gli inconvenienti per gli utenti, soprattutto quelli residenti nelle nostre valli, che sarebbero costretti, come ora, a fare decine di chilometri per affidarsi alle “vocazioni/eccellenze” di altri ospedali. Una soluzione prospettata durante l’incontro è quella di creare un corpo logistico regionale per il trasporto dei pazienti nei presidi specializzati: sì ma a che costo? Esistono già realtà che svolgono questo servizio come ad esempio l’Auser: non sarebbe meglio investire i fondi destinatsi a questo progetto per rendere più attrattive le professioni sanitarie così da sopperire alla mancanza di infermieri? Da segnalare infine l’intervento di Gianluca Silvestri, presidente del Cisa, ente assistenziale che da sempre lavora bene e con attenzione sul nostro territorio nell’ambito dell’assistenza domiciliare. Silvestri, infatti, pur valutando favorevolmente la riforma della sanità assistenziale, ha chiesto delucidazioni in merito al futuro di enti come quello da lui presieduto alla luce anche della situazione attuale che vede i fondi per il Cisa esauriti da novembre scorso e le liste d’attesa di cittadini bisognosi di assistenza già aperte a maggio. Un incontro, dunque, di fatto interlocutorio perchè sono state prospettate soluzioni e percorsi che potrebbero risolvere le attuali criticità della sanità territoriale nel lungo termine e non nell’immediato come servirebbe e come i cittadini chiedono a gran voce. Ad esempio il rispetto degli orari delle visite soprattutto per chi lavora, che deve prendere permessi od organizzare la propria agenda lavorativa, così che non debba perdere ore in sala d’attesa, magari dopo chilometri di strada per raggiungere l’ospedale.
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