Ricordi di don Luigi Orione davanti al monumento a Romita

Martedì, 2 giugno, ero presente alla cerimonia istituzionale della festa della Repubblica, presso il monumento a Giuseppe Romita, tortonese, al quale toccò, come vicepresidente della Camera, annunciare il risultato del referendum che scelse la Repubblica. Nato a Tortona il 7 gennaio 1887, a 16 anni già militava attivamente nelle file del socialismo, divenendo consigliere comunale di Tortona a 27 anni e deputato del Psi nel 1919 e fino all’avvento del fascismo. Nel dopoguerra, fu vicepresidente della Camera nel 1944 e ministro dei Lavori pubblici nei governi De Gasperi, Scelba e Segni promuovendo in modo determinante il rilancio economico dell’Italia.

Tortona 1954: l’on. Giuseppe Romita e don Carlo Pensa, successore di don Orione

Don Orione ebbe relazioni con questo intraprendente tortonese, di 15 anni più giovane di lui, che militava in campo sociale diverso e anche avverso e passò il ventennio fascista tra carcere e confino in condizioni di vita molto precarie. Don Gaetano Piccinini ha scritto che Giuseppe Romita, un giorno, salì sul Castello di Tortona e vide una grande costruzione oltre l’Ossona e chiese: «Che cosa c’è lì?». Gli risposero: «C’è la chiesa di don Orione, la tomba di don Orione». «Andiamoci», soggiunse Romita. Si fece accompagnare, nella cripta, sostò in silenzio dinnanzi alla tomba, e poi levando la mano verso la scritta disse: «Quell’uomo mi ha fatto del bene!». Alludeva a don Orione che, nel ventennio in cui egli, radiato dall’albo degli ingegneri, non poteva esercitare la professione, gli aveva cercato di procurargli lavoro. Ne abbiamo testimonianza in un passaggio di lettera del 12 luglio 1930 nella quale il santo tortonese scrive da Roma: “I lavori procedono, c’è qui l’on. Romita”. Erano i lavori alla chiesa degli orionini a San Giacomo a Scossacavalli”. Don Giuseppe Zambarbieri ha invece testimoniato che, a inizio Novecento, nel periodo particolarmente turbolento a causa dell’imperversare del socialismo, don Orione venne invitato da Giuseppe Romita a leggere qualche pagina del Vangelo alla “Camera del Lavoro”. Sorprendente richiesta. Chiesta e concessa l’autorizzazione del vescovo, don Orione fu alla Camera del Lavoro. A distanza di anni, il ministro Romita amava ricordare la benefica impressione che lasciò in tutti i «compagni» la parola sincera e infuocata di carità del santo sacerdote. Di quest’epoca è anche un passaggio di lettera di don Orione del 19 giugno 1919: “Romita ha parlato due ore a S. Sebastiano, poi è andato ancora a Gremiasco e anche a Fabbrica Curone, che è l’altro centro della montagna a 10 chilometri da S. Sebastiano. Davvero che, quando sento di tutta questa attività per strappare i popoli a Dio, mi vergogno, e sento che è nulla quello che faccio!”. Che tempra tutti e due! Don Giovanni Venturelli ricorda una processione della Madonna della Guardia che giunse al Castello. “Eravamo già con la testa del corteo sul Castello, e la coda era ancora giù, in basso, alla villa Anfossi. C’erano anche i comunisti e i socialisti, e noi li conoscevamo tutti; non pochi di essi erano veramente feroci. Stavano lungo il percorso, a vedere, ma non dissero nulla. Vedevano la Madonna, vedevano i preti, vedevano ed udivano canti sacri, ma tacquero, perché c’era don Orione. Lo rispettavano, don Orione, perché riconoscevano in lui un vero sacerdote che aiutava i poveri, e che mai, per nessuno, aveva parole di inimicizia o di odio. I socialisti gli volevano bene… Del resto, non è sempre vero tutto quello che si dice. Romita, che si diceva fosse uno dei feroci, teneva la sorella dalle suore, Figlie della Carità, in via della Vittoria, collegio Zappa, di Alessandria”. Don Carlo Sterpi riferì che l’onorevole Romita, in piazza del Duomo a Tortona, fece un comizio e, parlando in dialetto, disse: «I prèv bsogna masài tuti; se mai ne avessimo bisogno, ce ne basta uno solo: don Orione, che è dei nostri, al prèv di disgrassià». Il socialista che chiama don Orione alla Camera di Lavoro e il prete che offre lavoro a Romita militante socialista: sono brandelli di ricordi che danno più spessore umano alle persone e alle vicende raccontate superficialmente. Ci fanno del bene, oggi, in un tempo di contrapposizioni forse meno “feroci” ma non meno ingiuste e disumanizzanti.

Don Flavio Peloso