Iniziamo questa settimana la pubblicazione di un testo di Danilo Bottiroli, tortonese, di professione insegnante, con la passione per la scrittura e vincitore di molteplici premi letterari. E’ infatti autore dei romanzi “Sottofondo”, “Il male”, “Il fiume”, “Una stagione”, della raccolta “Scritti premiati” e “Val Borbera e valle Spinti” guida naturalistica e storico-architettonica con itinerari escursionisti. Bottiroli da buon tortonese doc ci regala uno spaccato della nostra città con gli occhi del bambino che vi ha vissuto la stagione dell’innocenza rendendola per sempre parte di sé.

La città ha un’anima. Ha un’anima fatta di micromondi nascosti nel suo tessuto di posti e facce da incontrare. La città è un’a-nima. È un’anima multiforme, ognuno la fa un po’ sua: inizia a viversela nella pelle da quand’era piccolo, quando sapeva trasformare ogni cosa in una magica fantasia; poi con il tempo l’anima della città muta e un po’ in parallelo, un po’ per un magico intreccio, cambia con l’anima di chi la vive. A volte la si ritrova unita alla propria, se si è accanto a quel solito muretto di un tempo, contemplando le storie che si incontrano; a volte si dissocia con rabbia dai ricordi fantastici del passato, dai colori e dalle sfumature che l’hanno fatta vivere, per presentarti un’immagine distorta, un caleidoscopio di ciò che appare, così lontano da ciò che si è dentro. Ma l’anima della città è anche questo. La odierò e l’amerò al modo di Catullo, ma non potrò mai dire di non averla vissuta. E l’anima della mia città è un po’ dentro la mia anima, per sempre.
VECCHIE CASE DEL CENTRO
Come facevamo noi bambini degli anni Settanta a viverla “a piedi nudi” non è un mistero. C’era il babbo quartiere, fuori dalla porta sulla strada grigia, a coccolarci con vecchie case, improbabili nascondigli, angoli proibiti. Le macchine, quelle non c’erano o erano proprio poche e scarburavano molti metri prima di arrivare, così le sentivi e fermavi per un lunghissimo istante il gioco più importante di tutto: il gioco di quel momento. C’erano i cortili inghiaiati e pattumati dallo sterco dei piccioni dove le serrande basculanti dei garage diventavano le porte di un improvvisato campo da calcio e a ogni rimbombante e metallico gol, la vecchia usciva dalla finestra: “Va’ a ka tua!”. Quella, era casa mia: la via Pinto, il cortile, la piazza. Eravamo in venti o trenta, nelle sere d’estate, a giocare a nascondino, sempre attenti a non uscire fuori da quel recinto percepito e mai segnato che era il quartiere: a Nord solo fino a via Rinarolo, a Sud fino al Lavello, a Est i Cappuccini e a Ovest fino all’oratorio del San Matteo. Ai Cappuccini si giocava a calcio nel viale, altro improvvisato e improbabile campo sportivo: i cipressi delimitavano la parte centrale, i pali delle porte erano fatte con le pile dei maglioni e, oltre agli alberi, le fasce laterali del campo da gioco, da una parte il marciapiedi e dall’altra il prato: “E vai, Daniele, scarta i pini e scatta sulla fascia, poi rientra prima della porta e tira… gol!”. Otto a cinque, dodici a sei, nove a uno (cappotto come sei a zero): questi i risultati delle gare… e il portiere si tuffava sull’asfalto ghiaioso e grezzo e si spellava. Non si piangeva mai o eri piccolo, ma ci si procurava delle abrasioni di tutto rispetto che la scienza officinale dei bambini, un misto tra pseudocultura popolare e fantasia, curava con rimedi infallibili: lo sputo e l’erba verde. Poi, più tardi, ci pensava la mamma: una spruzzata nebulosa di polvere gialla di penicillina che in poco tempo avrebbe formato un crostone irremovibile. E quando il crostone era sul ginocchio o sul gomito, luoghi spesso predisposti, dopo pochi giorni e a furia di muovere inevitabilmente gli arti, iniziava a fissurarsi facendo improvvisamente affiorare piccole bollicine di sangue scuro attorno alle quali, nella bella stagione, ronzavano avide mosche. Il quartiere era un mondo da vivere e da esplorare e offriva qualsiasi tipo di gioco e di fantasia, ormai introvabile. Ad esempio potevi scoprire rifugi affascinanti e misteriosi come le vecchie case del centro: ce n’era una, in Vicolo Cortazza, nella quale ci intrufolavamo di notte, torce alla mano, per visitarne gli anfratti polverosi e bui e scoprire fantasie di ogni tipo, innocenti e non.
