Tortona con gli occhi di un bambino (quinta parte)

Andando al Castello si passava per Villa Carithas dove a quei tempi c’erano ancora molti bambini: “Se fai il cattivo ti mando lì!” diceva qualcuno ai propri figli, ma io che li vedevo giocare nel parco, tra stupendi alberi secolari, credevo fossero bambini felici (magari lo erano, magari lo fossero stati!); non potevo sapere che la loro infelicità non era dovuta al luogo di residenza, bensì alla negazione dei genitori che una vita, inspiegabilmente ingiusta, aveva loro imposto. Molto più tardi, da educatore, avrei capito l’impossibilità di spiegare a un bambino, con la ragione o con la fede, i motivi per cui è stato privato di sua madre e di suo padre.

La Torre del Castello di Tortona aveva un enorme prato antistante nel quale, la domenica, si ritrovavano molte famiglie tortonesi con figlioletti, merende, palloni e aquiloni al seguito; attorno al campo principale c’erano aiuole più piccole che diventavano, per noi bambini, improvvisati campi di calcio dove nelle pause per riprendere fiato scartocciavi i boccioli chiusi dei papaveri per vedere di che colore erano dentro (bianchi, rossi, rosa). E qualcuno diceva “Guarda che è droga!” ma io pensavo alla canzone “Papaveri e papere”: lo sai che i papaveri son alti alti alti e tu sei piccolino, e tu sei piccolino…”. La odiavo, io non ero piccolino nemmeno quando in famiglia giocavano a Brisca in Cinque e urlavo “Voglio giocare anch’io!” ma il mio fratello più grande mi rispondeva: “Sì, giochi anche tu; tu fai il morto: mettiti sul divano e dormi!”. Più grande, insieme agli amici, mi sarei rifatto giocando a carte al bar Milano, il buon vecchio Bar Milano di Luciano o al bocciodromo, ma aspettai di essere abbastanza bravo prima di cimentarmi al tavolo verde, sopportando il fumo che inondava il locale e ti faceva bruciare gli occhi, perché, secondo la legge del bar, la prima volta che sbagli sei fuori per sempre, nessuno ti farà mai più giocare. Lo stadio Coppi era, invece, per noi bambini ma non solo, il “tempio del calcio” dove giocava il nostro Derthona. Escogitavamo qualsiasi trucco possibile per entrare in tribuna, magari quella numerata, senza pagare il biglietto. Il più delle volte riuscivamo a passare, ma quando ci era negato l’ingresso vuoi perché i posti erano quasi tutti occupati, vuoi perché la partita era di rilevante importanza o vuoi ancora perché l’addetto alla sorveglianza aveva litigato con la moglie, ci rassegnavamo alle gradinate o, peggio, dovevamo cercare un posto fuori dallo stadio per sbirciare qualcosa: soltanto una volta riuscimmo a salire sulla Torre, ma i giocatori apparivano microscopici (si immaginava dove fosse la palla) anche se il paesaggio era stupendo. E se proprio non ci riusciva di vedere nulla, ci limitavamo ad ascoltare i suoni e i boati provenienti dallo stadio: “Hai sentito che urlo? Avrà segnato il Derthona?” e così, ogni cinque minuti, tornavamo dallo strappabiglietti a chiedere “Abbiamo segnato?” finché lui si stufava e ci faceva entrare, magari solo a guardare dagli spalti senza sedersi, ma era già abbastanza.

In foto: dalla stazione all’Oasi “Viale”

Danilo Bottiroli

(Continua)